di Redazione
Lo stato ebraico ha colpito centri di rifornimento legati all’apparato militare iraniano e questo ha prodotto un’impennata del prezzo del greggio
Il prezzo del petrolio ha superato la soglia dei 100 dollari al barile, spinto dagli attacchi israeliani contro impianti e depositi in Iran. Gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, hanno giudicato l’offensiva eccessiva e fonte di tensioni all’interno dell’alleanza.
Secondo quanto riportato da Axios, le Forze di Difesa israeliane (Idf) hanno colpito una trentina di depositi a Teheran nelle ultime 24 ore, causando esplosioni, incendi e un peggioramento della qualità dell’aria. Washington teme due effetti negativi: l’aumento dei prezzi del petrolio – negli Stati Uniti il costo del gallone è salito a 3,45 dollari, +16% in pochi giorni – e la possibile mobilitazione della popolazione iraniana a sostegno del regime.
Trump ha espresso il proprio disappunto: “Non vuole che il petrolio bruci, questo ricorda alla gente i prezzi più alti”, ha detto un consigliere citato da Axios, sottolineando la volontà di preservare la stabilità dei mercati energetici. Israele, dal canto suo, sostiene di aver colpito centri di rifornimento legati all’apparato militare iraniano, notificando le operazioni agli Stati Uniti in anticipo.
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