di Carlo Longo

Tagli senza precedenti al Washington Post: circa 300 giornalisti licenziati. Redazioni estere chiuse e svolta editoriale sotto Jeff Bezos

washington post“Democracy dies in darkness”. Lo slogan che campeggia sotto la testata del Washington Post dal 2017, ispirato al giornalismo di Bob Woodward e Carl Bernstein, oggi appare drammaticamente attuale. Il quotidiano statunitense ha avviato un ridimensionamento che coinvolge circa un terzo della redazione: quasi 300 giornalisti hanno perso il lavoro, segnando uno dei momenti più bui nella storia del giornale.

La decisione ha avuto un impatto immediato e devastante, tanto che i reporter colpiti dai licenziamenti hanno parlato apertamente di “bagno di sangue”, denunciando una scelta improvvisa e priva di confronto.

Licenziamenti improvvisi e proteste dei giornalisti

Molti cronisti hanno appreso la notizia via email, senza alcun incontro diretto con la direzione. Tra loro anche inviati in aree di guerra, come la corrispondente dall’Ucraina Lizzie Johnson, che ha raccontato sui social di essere stata licenziata mentre si trovava ancora sul campo.

Una modalità che ha aumentato il senso di shock all’interno della redazione e alimentato un’ondata di indignazione, soprattutto considerando il ruolo storico del giornale nella difesa della libertà di stampa e dell’informazione indipendente.

Un’eredità pesante: Pulitzer, Watergate e grandi inchieste

Il ridimensionamento arriva nonostante il prestigio costruito in oltre un secolo di storia. Il Washington Post ha conquistato 76 premi Pulitzer ed è stato protagonista di alcune delle più importanti inchieste del Novecento, dai Pentagon Papers sul Vietnam allo scandalo Watergate che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Un’eredità legata anche alla figura di Katharine Graham, che guidò il giornale negli anni della sua massima influenza.

Nel 2013 il quotidiano è stato acquistato da Jeff Bezos per 250 milioni di dollari, diventandone l’unico proprietario. Dopo una prima fase di investimenti, la linea è progressivamente cambiata.

Perdite economiche e scelte editoriali controverse

Negli ultimi anni il giornale ha registrato perdite stimate intorno ai 100 milioni di dollari e un costante calo degli abbonamenti. A pesare non sarebbero state solo le difficoltà del settore, ma anche alcune decisioni dell’editore, come la scelta di non pubblicare l’endorsement elettorale nel 2024, rompendo una tradizione storica.

A questa si è aggiunta la chiusura della sezione Opinioni, ritenuta troppo pluralista. Una svolta editoriale che ha accelerato la fuga dei lettori e ridotto ulteriormente il peso del quotidiano nel dibattito pubblico.

Redazioni chiuse e coperture ridotte

I tagli hanno colpito in modo trasversale: chiuse diverse redazioni estere, tra cui quelle di Kiev, Berlino, Gerusalemme e Il Cairo, oltre a sezioni storiche come lo sport e i libri. Il nuovo corso punta a concentrare le risorse su pochi ambiti considerati strategici, come politica, sicurezza interna, economia, scienza e tecnologia.

Il direttore Matt Murray ha definito la decisione “dolorosa ma necessaria”, annunciandola in una videochiamata collettiva, senza però incontrare fisicamente la redazione.

Reporter di punta tra i licenziati

Tra i nomi esclusi figurano giornalisti pluripremiati e finalisti al Pulitzer, come Yeganeh Torbati, Claire Parker, Gerry Shih e Marissa Lang. Anche Peter Finn, responsabile della redazione Esteri, ha scelto di lasciare l’incarico dopo aver appreso l’entità dei tagli.

Una perdita che, secondo molti osservatori, rischia di compromettere in modo duraturo la capacità del Washington Post di svolgere il suo ruolo di cane da guardia della democrazia.

La reazione della famiglia Graham

Dopo oltre un decennio di silenzio, è intervenuto anche Don Graham, l’ex editore che aveva ceduto il giornale a Bezos. In una dichiarazione pubblica ha definito la giornata “triste”, esprimendo solidarietà ai giornalisti licenziati e promettendo di fare il possibile per aiutarli.

Un segnale che conferma quanto la crisi del Washington Post non sia solo economica, ma anche simbolica, toccando uno dei pilastri storici dell’informazione americana.

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