di Emilia Morelli

È morto a 98 anni Frederick Vreeland, ex agente Cia e diplomatico Usa. Sosteneva di aver suggerito a John F. Kennedy la storica frase “Ich bin ein Berliner” nel 1963.

VreelandIl 23 giugno 1963, davanti al Muro di Berlino, John F. Kennedy pronunciò una frase destinata a entrare nella storia: “Ich bin ein Berliner”, “Io sono un berlinese”. Con quelle parole il presidente americano volle esprimere la solidarietà degli Stati Uniti alla Berlino Ovest isolata dalla Germania Est comunista, trasformando il discorso in uno dei momenti più iconici della Guerra Fredda.

A distanza di oltre sessant’anni, si è spento a Roma l’uomo che sosteneva di aver suggerito proprio quell’espressione al presidente: Frederick Dalziel Vreeland. Aveva 98 anni.

Una vita tra intelligence e diplomazia

Frederick Vreeland nacque il 24 giugno 1927 a Danbury, nel Connecticut. Figlio della celebre direttrice di Vogue Diana Vreeland, crebbe in un ambiente cosmopolita tra Stati Uniti ed Europa, frequentando la Groton School e poi l’università di Yale.

Poco dopo la laurea entrò nella Central Intelligence Agency. Negli anni più tesi dello scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica, fu inviato a Ginevra, Berlino e Bonn. Sotto copertura diplomatica lavorò anche presso la missione americana alle Nazioni Unite, raccogliendo informazioni e coltivando contatti tra i funzionari internazionali.

Con il tempo, la carriera diplomatica prese il sopravvento sull’attività di intelligence. Nel 1992 il presidente George H. W. Bush lo nominò ambasciatore in Marocco, coronando una lunga esperienza nei ranghi della politica estera americana.

Mondano, elegante, lontano dallo stereotipo della spia

Vreeland non corrispondeva all’immagine dell’agente segreto discreto e invisibile. Era brillante, raffinato, perfettamente a suo agio nei salotti internazionali. La sua capacità di muoversi tra politici, finanzieri e personalità del jet set lo rese una figura preziosa per l’intelligence statunitense nella Parigi e nella Roma del dopoguerra.

Negli ultimi anni vissuti nella capitale italiana, raccontano, riusciva ancora ad aprire porte con una semplice presentazione: “Io sono Vreeland”.

Il mistero sulla frase di Kennedy

Secondo la sua versione, Kennedy avrebbe modificato all’ultimo momento il discorso preparato dallo speechwriter Ted Sorensen per inserire la celebre frase suggerita da lui. Altri, però, attribuiscono l’idea a McGeorge Bundy, consigliere del presidente, o allo stesso Kennedy, che avrebbe chiesto all’interprete Robert Lochner di trascrivergli foneticamente l’espressione tedesca.

La paternità della frase resta dunque controversa. Ma anche senza quel presunto contributo, la traiettoria di Vreeland attraversa alcuni dei momenti chiave del Novecento, tra Guerra Fredda, diplomazia e politica americana.

Un giudizio tagliente su Bolton

Negli anni della prima presidenza Trump, Vreeland intervenne nel dibattito pubblico sconsigliando al Congresso di approvare la nomina di John Bolton ad ambasciatore all’Onu, sostenendo che non avesse “nemmeno un’unghia di diplomazia”.

Una frase che, secondo chi lo conosceva, sintetizzava bene la sua idea di politica estera: fermezza sì, ma accompagnata da stile, misura e capacità di mediazione.

Frederick Vreeland se ne va a 98 anni lasciando dietro di sé un’aura da romanzo di spionaggio. Che abbia o meno suggerito la frase simbolo di Berlino, il suo nome resta legato a un’epoca in cui le parole – e chi le pronunciava – potevano segnare il destino del mondo.

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