Covid: In piena pandemia c’è chi vuole fare ripartire il mercato delle sigarette

di Guido Talarico

Fumare le sigarette fa male. Come è scritto dappertutto, il fumo “nuoce gravemente alla salute”. Chi fuma dunque farebbe meglio a smettere subito, senza se e senza ma. La questione del tabagismo potrebbe essere racchiusa tutta in questa semplice verità. Non ci sarebbe da aggiungere altro. Soprattutto quando ci si trova nel mezzo di una drammatica pandemia. Ma invece non è così. Quando in ballo ci sono miliardi, per le imprese e per lo stato, il bianco e il nero diventano grigi: un colore che può confondere. Un colore che riporta alla memoria Anton Cechov: “si dice – spiegava – che la verità trionfa sempre, ma questa non è una verità”.

E in questo caso la semplice verità che sta sotto gli occhi di tutti tende a non venire fuori perché dietro vi è una vicenda d’interessi economici, legittimi ma contrapposti, con qualcuno dei protagonisti che tenta di confondere le acque. E se ha ragione Cechov nel dire che la verità non sempre trionfa, ha ragione anche Osho, quello vero, il mistico indiano, quando dice che “non sei solo nella ricerca della verità, anche la verità sta cercando te.” Allora cerchiamo di ricostruire questa nuova “guerra del fumo” restando soltanto ai fatti, a quelle verità che nessuno può contestare. Cominciamo dai protagonisti. Da un lato abbiamo il leader di mercato Philip Morris (PM), dall’altro lato abbiamo l’inseguitore distanziato British American Tobacco (BAT). Il primo in Italia controlla il 50% del mercato delle sigarette il secondo ne controlla 20%.

Un’altra differenza importante, perché all’origine della disputa di cui stiamo per parlarvi, è la tecnologia. Philip Morris ha investito miliardi in ricerca dando vita ad un prodotto senza combustione, battezzato “Iqos”. E la stessa cosa ha fatto BAT. Ha investito un bel po’ di meno, ma lo ha fatto anche lei, dando vita a “Glo”. Entrambi sono dispositivi che eliminano la combustione, consentendo di fumare solo tabacco riscaldato. Una novità, come vedremo, importante perché punta a diminuire i danni del fumo. Potremmo aggiungere che PM ha creato a Bologna uno stabilimento da 1.200 posti di lavoro con un investimento da un miliardo, mentre a Taranto, sempre PM, ha fatto un investimento da 100 milioni di euro per creare un «centro innovativo per i servizi digitali» che dà lavoro a 400 persone. BAT tutto questo non lo ha fatto. E non sono dettagli, perché questi numeri dimostrano il diverso impatto delle due aziende sulla nostra economia.  La questione tuttavia non è questa, non è un gioco a chi ha fatto di più.

Lo scontro in atto in Italia in realtà è solo una questione di mercato. Ricapitolando: abbiamo due multinazionali del tabacco che decidono di investire nei dispositivi che eliminano la pericolosa combustione sostituendola con il riscaldamento. L’assunto che giustifica questa costosa diversificazione sta proprio nella ricerca di un’alternativa al fumo meno dannosa. Sia chiaro, anche le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato fanno male, ma per chi fuma questi prodotti possono rappresentare un’alternativa meno dannosa.

E questa è una prima verità incontrovertibile. Che il fumo riscaldato sia meno nocivo di quello a combustione tradizionale è un assunto comprovato dal fatto che numerosi enti governativi internazionali hanno preso una posizione netta nel riconoscere come prodotti di questo tipo sono in grado di ridurre in modo significativo le sostanze tossiche presenti nel fumo delle sigarette. Tra questi enti regolatori figurano gli americani della FDA (Food and Drug Administration) e gli omologhi olandesi, britannici e nipponici. Gente, per intenderci, che col tabacco ha sempre e giustamente avuto la mano ferma e pesante.

Dunque, abbiamo due multinazionali che guardando al futuro del proprio mercato orientano entrambi il proprio business verso nuovi dispositivi elettronici che eliminando la combustione diminuiscono la nocività del tabacco. Normale quindi che quando nel 2019 viene rivista la tassazione sulle sigarette elettroniche e sui prodotti a tabacco riscaldato, per portarla a livelli in linea con gli altri paesi europei, tutti i produttori vedono la possibilità di velocizzare la transizione dei fumatori dalle sigarette ai nuovi prodotti.

E poi? Poi succede qualcosa che fa cambiare radicalmente idea a BAT. Dalla sera alla mattina, British American Tobacco inverte la sua rotta, cominciando a sostenere, pubblicamente e attraverso una serie di studi finanziati da lei stessa, che occorre alzare la tassazione dei dispositivi elettronici. Ricostruiamo sinteticamente i passaggi.

Nel 2018 BAT dichiarava a Forbes che “il Governo italiano ha approvato importanti misure che hanno modificato l’assetto regolamentare e fiscale dei prodotti innovativi a potenziale rischio ridotto, riconoscendo di fatto il principio dello spettro del rischio attraverso una riduzione sensibile della tassazione. Noi abbiamo il dovere di andare nella stessa direzione, quella della riduzione del danno…”. Una scelta di campo chiarissima.

Ma poi, dopo soli 12 mesi, il film non è più lo stesso. In un articolo del 10 dicembre 2019 pubblicato da Huffington Post si legge: “BAT lamenta che le regole non sono uguali per tutti. Il tabacco riscaldato beneficia oggi di uno sconto fiscale pari al 75% rispetto alle sigarette tradizionali da combustione”. A novembre del 2020, sullo stesso sito, si torna sull’argomento ma si va ancora di più sul sodo. BAT infatti dichiara: “E’ necessario (che) Governo e istituzioni (garantiscano) l’equilibrio fiscale tra i prodotti del tabacco tradizionale e quelli a tabacco riscaldato. (….). Tale regime fiscale di favore si riflette, peraltro, negativamente sul complessivo gettito erariale anche alla luce della drastica contrazione dei volumi dei tradizionali prodotti di combustione”. Quindi, in altre parole, viene sottolineato che il problema è il calo del consumo delle sigarette. Un tema che di fatto BAT sostiene anche in tutto il 2020, cioè in piena pandemia.

A leggerla così può sembrare un cambio di idea repentino e radicale apparentemente inspiegabile. E invece ha una sua logica ferrea. La stessa che prevale sempre, soprattutto tra le multinazionali. È la logica dei soldi. BAT cambia idea sul tabacco riscaldato e sulla sua tassazione semplicemente perché ha perso la sfida sul mercato: il suo prodotto “Glo” dopo due anni ha preso solo l’1% del mercato. E indovinate che fetta di mercato hanno preso invece i rivali di sempre? Philip Morris si è portata a casa il 98% del mercato. Questo a parità di gettito fiscale per l’erario. La differenza, evidentemente, l’ha fatta la tecnologia e la scelta dei consumatori.

Al contrario nel segmento delle bionde tradizionali, BAT, come dicevamo, mantiene ancora un dignitoso 20% del mercato.  L’idea della giravolta deve essere venuta da qui. Devono aver pensato: se non possiamo competere con la tecnologia almeno cerchiamo di complicare i conti ai nostri concorrenti facendogli pagare più tasse con il loro prodotto vincente. Fin qui i fatti, che appaiono incontrovertibili ma che non scandalizzano. Le guerre commerciali non sono pranzi di gala ed è legittimo, anzi doveroso, che ciascuno tenti di fare gli interessi dei propri azionisti.

Ma questo legittimo diritto alla difesa dei propri interessi si deve fermare non dinnanzi alla Philip Morris, ma davanti all’interesse generale che in questo caso è la salute dei cittadini. E qui le cose sono chiare. Lo abbiamo detto all’inizio. Fumare fa male. Le sigarette elettroniche, anche quelle per il tabacco riscaldato, fanno male, ma le evidenze scientifiche dicono che ciò che non brucia fa meno male. Quindi il legislatore deve fare una scelta, cioè capire come eliminare il consumo delle sigarette e spingere i fumatori a smettere, oppure come spingere chi non riesce a smettere a a passare ai dispositivi medici con nicotina o ai prodotti senza combustione. E semmai avesse idea di drenare nuove risorse da questo comparto non potrebbe che tassare tutti i prodotti.

Una verità semplice, dicevamo all’inizio. E così effettivamente è. I fatti sono chiari, le diverse realtà industriali in gioco pure. Poi però quando il gioco si fa duro i duri tendono a sconfinare. Un terreno di gioco tipico in casi come questo è la comunicazione o la propaganda se preferite. Da settimane infatti accuse e smentite si accavallano su vari giornali. Poi c’è un terreno molto più delicato che è quello della politica.

Il 6 novembre scorso, nella sala del Senato dedicata ai “Caduti di Nassirya”, la senatrice Paola Binetti ha organizzato un convegno sulla fiscalità dei prodotti del tabacco riscaldato. E questo è naturalmente legittimo, anzi le rende onore perché la difesa della salute è una battaglia etica, coerente con la sua storia personale. Peccato però che tutto il convegno partisse da studi economici del Casmef,  il Centro Arcelli per gli Studi Monetari e Finanziari della Luiss, che da nove anni lavora per BAT.

Insomma, uno spazio pubblico del senato si è tramutato in una tribuna per difendere gli interessi di una parte, senza che la controparte fosse stata neppure invitata. Ma soprattutto da un pulpito istituzionale sono state spese parole non contro il problema, ma contro quello che oggi appare, pur nella sua imperfezione, come una prima soluzione verso la sconfitta del fumo.

Naturalmente non è in discussione la nobiltà d’intenti della Senatrice Binetti. Tuttavia, è proprio in questi momenti che la politica deve chiedersi quale sia il proprio dovere. Interrogarsi su come lavorare per migliorare i comportamenti dei cittadini e favorire le scelte se non più virtuose (l’unica è smettere) almeno quelle più pragmatiche. Su un tema così complicato che impatta in maniera forte sulla nostra società forse sarebbe venuto il momento di aprire un tavolo pubblico, con istituzioni ed esperti di settore, per capire cosa hanno fatto negli ultimi anni gli operatori in Italia. Del resto, è così che funziona la democrazia, non è vero? Sulle grandi questioni, il confronto deve essere trasparente, ampio ed autorevole.

In attesa di tutto questo però occorre fare attenzione e, nelle scelte contingenti, concentrarsi sull’obiettivo principale che, in questo caso, lo ripetiamo può essere solo e soltanto uno: fare smettere la gente di fumare. Quindi si, se serve, che si aumentino pure le tasse. Ma cominciando dal fumo tradizionale, quello della combustione, e non certo dai prodotti che tentano di voltare pagina e che già oggi sono meno tossici delle classiche bionde.

Perché il tema di fondo, la verità conclusiva per così dire, ce la regala proprio il Ministero della Salute quando ci dice, con i suoi dati, che diminuiscono i fumatori di sigarette, mentre aumentano quelli di sigarette elettroniche e prodotti da tabacco riscaldato. O anche l’edizione 2019 del Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli dal quale si evince un calo continuo del mercato della nicotina nel suo complesso e una sostituzione delle sigarette con prodotti senza combustione, il tutto a parità di entrate fiscali.

Insomma, l’opinione pubblica capisce sempre di più quanto nocive siano le sigarette e prova a smettere o a trovare alternative. Ed è in questi frangenti, soprattutto in un momento in cui il Covid ha aumentato a dismisura la sensibilità sui temi della salute, che un Paese civile fa le scelte giuste, indica ai propri cittadini il percorso più sano incentivando le buone pratiche e punendo quelle cattive. Piero Calamandrei diceva che “la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere”. La politica è questo, un continuo lavoro da fare per compiere le scelte migliori in favore della collettività.

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