di Ennio Bassi

Con il crollo del regime siriano, decine di alti funzionari sono svaniti tra jet privati, ambasciate russe e rifugi di lusso. Il New York Times ricostruisce la grande fuga dei responsabili della repressione durata cinquant’anni

assadNella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2024, a Damasco, tutto cambia. Il presidente siriano Bashar al Assad è già fuggito dalla capitale. Il suo entourage lo raggiunge in fretta nella base militare russa di Hmeimim, sulla costa, dove un aereo per Mosca li attende. Quella notte, mentre i ribelli dell’opposizione siriana entrano in città, almeno 55 alti funzionari del regime – uomini chiave della macchina repressiva – svaniscono nel nulla.

Secondo un’inchiesta del New York Times, solo dieci di loro sono stati finora localizzati. Alcuni sono a Mosca, altri a Teheran, qualcuno vive indisturbato a Beirut, nei quartieri eleganti della città.

La fuga, pianificata e improvvisata al tempo stesso, è stata caotica ma efficace. Qahtan Khalil, direttore dell’intelligence dell’aeronautica, ordina il decollo notturno di un jet privato Yak-40 da Damasco: a bordo, alti ufficiali e uomini del palazzo presidenziale, presi dal panico. Altri gerarchi si dirigono in fretta verso Hmeimim con borsoni pieni di oro e denaro contante. Fuori dalla base, uniformi militari gettate a terra segnano la fine di un’era.

Valigie di contanti, passaggi segreti e la rete russa
Tra i fuggitivi c’è Maher al Assad, fratello del presidente e capo della famigerata Quarta Divisione dell’esercito. Organizza personalmente la sua fuga: contatta amici fidati, recupera beni, poi raggiunge la pista per partire.

Anche Hossam Louka, potente uomo dei servizi di sicurezza, prende il volo quella notte, dopo aver prelevato più di un milione di dollari in contanti dalla sede dei servizi. Louka, secondo testimoni, era devoto ad Assad fino all’ossessione: «Non avrebbe spostato un posacenere senza il suo permesso».

Kamal al-Hassan, capo dell’intelligence militare accusato di torture ed esecuzioni sommarie, fugge ferito dopo uno scontro a fuoco con i ribelli. Riuscirà a nascondersi e a raggiungere l’ambasciata russa, dove troverà rifugio insieme ad Ali Mamlouk, ex direttore della sicurezza nazionale e architetto delle carceri segrete del regime.

Entrambi resteranno nascosti nella sede diplomatica fino all’arrivo di un convoglio protetto che li porterà alla base di Hmeimim e da lì in Russia. Le fonti del Times confermano che Mamlouk scoprì del collasso del regime solo all’alba, e da quel momento la sua unica priorità fu la fuga.

Tra i bar di Beirut, in attesa dell’oblio
Chi non è volato via ha scelto la via del silenzio dorato. È il caso di Bassam Hassan, uno dei volti più oscuri del regime: implicato in attacchi chimici e nel sequestro del giornalista americano Austin Tice. Oggi, raccontano fonti di intelligence, vive indisturbato a Beirut, protetto da un presunto accordo con gli Stati Uniti. Lo si può vedere nei caffè e nei ristoranti chic della capitale libanese, in compagnia della moglie.

Fantasmi di un regime caduto
Cinquant’anni di oppressione sono crollati in poche ore, ma i protagonisti di quella stagione non sono scomparsi davvero. Sono nascosti, protetti, alcuni integrati nei circuiti internazionali. Altri, forse, torneranno quando l’oblio calerà definitivamente sul passato siriano.

Intanto, i siriani cercano giustizia in una terra ancora segnata dalla guerra e dalla paura. I nomi degli ex gerarchi di Assad restano su liste di ricercati internazionali, ma per molti, almeno per ora, la fuga ha funzionato.

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