di Velia Iacovino
“Macchie di leopardo” e “semi di papavero”: le rocce che potrebbero custodire le prime biofirme del pianeta rosso

Macchie di leopardo e semi di papavero. Non sono suggestioni poetiche, ma i nomi dati a strane rocce individuate dal rover Perseverance nel cratere Jezero, un tempo lago marziano. Strutture chimiche insolite, vecchie di 3,5 miliardi di anni, che secondo gli scienziati potrebbero custodire la prova più promettente mai trovata di un’antica vita microbica su Marte. La Nasa le definisce potenziali biofirme: segni che meritano tutta l’attenzione possibile. «Non troviamo altre spiegazioni», hanno dichiarato i ricercatori. E Sean Duffy, amministratore facente funzioni dell’agenzia spaziale, non nasconde l’entusiasmo: «È la scoperta più vicina alla prova della vita sul Pianeta Rosso, un passo rivoluzionario per la nostra comprensione di Marte».
Prudenza, però: solo riportando i campioni sulla Terra sarà possibile dire con certezza se si tratta davvero di fossili microscopici o soltanto di bizzarrie geologiche. Troppi i precedenti, come il falso allarme della fosfina su Venere. Resta il fatto che, dopo decenni di ricerche, gli indizi non sono mai stati così concreti. E la domanda che accompagna da sempre l’umanità torna con più forza che mai: se la vita è sbocciata su Marte miliardi di anni fa, quanto è davvero raro – o comune – il miracolo dell’esistenza nell’universo?
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