di Redazione

Il 22 e 23 marzo gli italiani sono chiamati alle urne per un referendum costituzionale confermativo: non si tratta di abrogare una legge, ma di decidere se approvare o respingere una riforma della Costituzione già votata dal Parlamento. Al seggio sarà consegnata un’unica scheda, sulla quale si potrà esprimere un “Sì” o un “No” al testo di revisione relativo all’ordinamento giurisdizionale e all’istituzione di una Corte disciplinare. Il significato del voto è diretto: chi sceglie il “Sì” conferma la riforma, che entrerà in vigore; chi vota “No” la respinge, determinandone la decadenza.
A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto alcun quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero dei votanti. Questa caratteristica deriva dalla natura stessa del referendum costituzionale, che rappresenta un passaggio finale di conferma popolare di una legge già approvata con una procedura parlamentare rafforzata.
Possono votare tutti i cittadini italiani maggiorenni. In Italia si vota nel comune di residenza, domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15, presentando documento di identità e tessera elettorale. Gli italiani residenti all’estero votano per corrispondenza, mentre resta esclusa, in questa consultazione, la possibilità di voto agevolato per i cosiddetti fuori sede.
Quello sulla giustizia è il quinto referendum costituzionale nella storia repubblicana.Il primo referendum costituzionale si è tenuto nel 2001, sulla riforma del Titolo V della Costituzione, che ridefiniva i rapporti tra Stato e Regioni. In quell’occasione la riforma fu approvata con una partecipazione piuttosto bassa, poco superiore a un terzo degli aventi diritto, e con una vittoria del Sì intorno al 66 per cento. Nel 2006, gli elettori furono chiamati a pronunciarsi sulla “devolution”, la riforma promossa dal governo Berlusconi che interveniva su vari aspetti della seconda parte della Costituzione, dal ruolo del presidente del Consiglio al funzionamento del Parlamento. L’affluenza superò di poco il 50 per cento e prevalse nettamente il No, con circa il 60 per cento.
Il terzo referendum costituzionale si è svolto nel 2016 ed è stato quello con la partecipazione più alta finora, attorno al 65 per cento. Anche in questo caso si votava su una riforma ampia, proposta dal governo Renzi, che puntava a superare il bicameralismo paritario e a rivedere il Titolo V. Il risultato fu simile a quello del 2006: vinse il No, con poco meno del 60 per cento dei voti. L’ultimo precedente è il referendum del 2020 sul taglio del numero dei parlamentari, da 945 a 600. A differenza dei due casi precedenti, si trattava di una riforma più circoscritta, concentrata sulla riduzione dei deputati e dei senatori. L’affluenza si attestò poco sopra il 50 per cento e il Sì vinse in modo netto, con circa il 70 per cento dei voti.
I precedenti mostrano esiti alterni, a conferma di come il voto popolare su riforme costituzionali resti fortemente legato al contesto politico e alla percezione degli elettori. Anche questa volta, il risultato contribuirà a delineare gli equilibri istituzionali e il rapporto tra politica e magistratura negli anni a venire.
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L’articolo Referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, le modalità di voto proviene da Associated Medias.

