di Aisha Harrison

Più a lungo il conflitto interferirà con il commercio energetico globale, maggiore sarà il rischio di rincari diffusi non solo per carburanti e trasporti, ma per un’ampia gamma di beni e servizi, in un contesto economico già segnato da forti preoccupazioni per l’inflazione

 

Balzo del prezzo del petrolio  di quasi il 10 per cento  oggi sui mercati internazionali, che hanno reagito in questo modo   all’allargamento del conflitto in Medio Oriente,  riaccendendo i timori di uno shock energetico globale. Secondo il New York Times, gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran stanno alimentando il rischio di gravi interruzioni nelle forniture provenienti da una delle aree più strategiche al mondo per la produzione di petrolio e gas, con possibili ricadute dirette su inflazione, consumi e crescita economica internazionale.

Prezzi ai massimi dal 2025

Le quotazioni internazionali del greggio erano già in forte crescita nel 2026, con un aumento di circa il 20 per cento dall’inizio dell’anno. All’apertura delle contrattazioni domenicali, i prezzi sono saliti fino al 13 per cento, superando temporaneamente gli 82 dollari al barile prima di ridiscendere intorno ai 79 dollari, il livello più alto registrato da gennaio 2025.L’andamento futuro dipenderà ora dalle decisioni politiche e militari delle prossime settimane: dalle mosse di Washington e Tel Aviv, ma soprattutto dalla risposta di Teheran. Più a lungo il conflitto interferirà con il commercio energetico globale, maggiore sarà il rischio di rincari diffusi non solo per carburanti e trasporti, ma per un’ampia gamma di beni e servizi, in un contesto economico già segnato da forti preoccupazioni per l’inflazione. Negli Stati Uniti eventuali aumenti prolungati dei prezzi energetici potrebbero avere conseguenze politiche interne per il presidente Donald Trump, il cui consenso è già in calo anche a causa delle preoccupazioni economiche legate al costo della vita.

Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz

L’attenzione dei mercati resta concentrata sullo Stretto di Hormuz, stretto passaggio marittimo al largo della costa meridionale iraniana attraverso cui transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto. Il traffico di petroliere si è drasticamente ridotto: domenica solo sei navi cariche di prodotti energetici hanno attraversato lo stretto, contro le 65 registrate venerdì. Video verificati dal Nyt  mostrano inoltre una petroliera in fiamme vicino alle coste dell’Oman, mentre altre imbarcazioni sarebbero state colpite o sfiorate da esplosioni nella stessa area. In altri scenari di crisi le marine militari hanno scortato le navi commerciali minacciate, ma il Dipartimento della Difesa statunitense ha dichiarato di non avere, al momento, piani simili per il Golfo Persico.

Attacchi e vulnerabilità delle infrastrutture

A rendere ancora più nervosi i mercati è stato anche lo scoppio di una raffineria  in Arabia Saudita, che ha preso fiamme  dopo l’intercettazione di due droni diretti contro l’impianto. I detriti caduti hanno provocato danni limitati e l’evento appare di scala molto inferiore rispetto all’attacco del 2019 che paralizzò temporaneamente metà della produzione saudita. L’eventuale danneggiamento delle infrastrutture petrolifere resta il principale fattore capace di determinare ulteriori aumenti dei prezzi, mentre l’assenza di danni gravi potrebbe favorire una successiva stabilizzazione delle quotazioni.

Un mercato globale interconnesso

Sebbene gli Stati Uniti siano oggi il maggiore produttore mondiale di petrolio e gas naturale, non sono isolati dalle turbolenze dei mercati internazionali, poiché queste materie prime vengono scambiate su scala globale. Nonostante la portata degli attacchi, i prezzi restano per ora entro livelli storicamente considerati normali e inferiori a quelli che in passato hanno accompagnato crisi energetiche più prolungate.

Il precedente venezuelano

Questa è la seconda operazione militare statunitense in due mesi condotta contro un Paese ricco di petrolio. A gennaio, la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze americane aveva avuto effetti limitati sui mercati, anche perché il Venezuela rappresenta meno dell’1 per cento dell’offerta globale di greggio. L’Iran, invece, produce quantità significativamente maggiori e si trova all’ingresso del Golfo Persico, crocevia fondamentale per il commercio energetico mondiale.

Offerta abbondante, ma equilibrio fragile

Fino a poco tempo fa la principale preoccupazione dei mercati era opposta: un eccesso di produzione globale rispetto alla domanda. Questo surplus potrebbe attenuare almeno inizialmente l’aumento dei prezzi. Il gruppo dei produttori OPEC+ ha infatti annunciato l’intenzione di aumentare moderatamente la produzione a partire da aprile. Gli effetti sui prezzi alla pompa non sono immediati. I carburanti tendono a reagire con qualche giorno o settimana di ritardo rispetto ai movimenti del petrolio sui mercati internazionali. L’esperienza del 2022 lo dimostra: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il petrolio salì rapidamente, mentre i prezzi della benzina aumentarono solo successivamente, raggiungendo alcuni mesi dopo livelli record superiori ai 5 dollari al gallone negli Stati Uniti. Come regola generale, ogni aumento di 10 dollari al barile può tradursi in un rincaro tra i 20 e i 30 centesimi al gallone per i consumatori. Attualmente la benzina negli Stati Uniti costa in media 2,98 dollari al gallone, secondo i dati AAA.

Il rischio gas e l’impatto sull’economia globale

La crisi non riguarda soltanto il petrolio. Le tensioni geopolitiche possono far aumentare rapidamente anche il prezzo del gas naturale, con conseguenze dirette sui costi dell’elettricità e sull’industria pesante in Europa, negli Stati Uniti e in altre economie avanzate. Una prolungata interruzione delle spedizioni di gas liquefatto attraverso le acque attorno all’Iran potrebbe rallentare la crescita globale e alimentare nuove pressioni inflazionistiche.Per ora i mercati restano in una fase di attesa, sospesi tra abbondanza di offerta e crescente instabilità geopolitica. Più il conflitto si estenderà, più il prezzo dell’energia — e con esso l’equilibrio economico mondiale — dipenderà dagli sviluppi militari e diplomatici nella regione mediorientale.

 

 

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