di Ennio Bassi

Mentre Washington rafforza la presenza armata in Medio Oriente e cresce l’allarme internazionale, negoziatori americani e iraniani tornano al tavolo per evitare una nuova crisi globale.

 

La diplomazia prova a guadagnare tempo mentre i venti di guerra soffiano sempre più forti sul Medio Oriente. A Ginevra è atteso il terzo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti sul dossier nucleare, un negoziato che si svolge in un clima carico di tensione, segnato da un imponente dispiegamento militare americano nella regione e da crescenti timori di un’escalation armata. Il dialogo, mediato attraverso canali diplomatici indiretti, rappresenta al momento l’unico spazio politico rimasto aperto tra due Paesi che non intrattengono relazioni diplomatiche dirette da decenni. Eppure, mentre i negoziatori preparano le cartelle diplomatiche, diversi governi hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran, segnale evidente di quanto la crisi venga percepita come potenzialmente imminente.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha adottato toni duri, ribadendo la disponibilità americana a esercitare una forte pressione su Teheran, ma ha anche indicato la via diplomatica come soluzione preferibile. Un equilibrio retorico che riflette la strategia di Washington: mostrare forza militare per rafforzare la leva negoziale senza chiudere la porta al compromesso.Teheran, dal canto suo, mantiene una posizione speculare. Il governo iraniano insiste sulla volontà di trovare una soluzione politica, ma avverte che reagirà a qualsiasi azione militare statunitense. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che l’Iran è stato «assolutamente chiaro» nel non voler sviluppare armi nucleari “in nessuna circostanza”, rivendicando però il diritto del Paese a beneficiare della tecnologia nucleare per scopi civili e pacifici.

Il confronto di Ginevra si gioca dunque su un filo sottile: da una parte la deterrenza militare, dall’altra la necessità di evitare un nuovo conflitto regionale capace di destabilizzare mercati energetici e equilibri geopolitici globali. Dopo anni di accordi falliti, sanzioni e reciproche diffidenze, la vera posta in gioco non è soltanto il programma nucleare iraniano, ma la possibilità stessa che diplomazia e pressione strategica possano ancora convivere senza trasformarsi in guerra aperta.

 

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