di Guido Talarico
La Corte Suprema ha annullato i dazi globali imposti dal Presidente degli Stati Uniti in base ai poteri di emergenza, infliggendo un duro colpo alla sua agenda economica. Il presidente reagisce con nuove tariffe del 10% e attacchi ai giudici. La decisione riapre l’incertezza sui mercati, mette a rischio accordi commerciali internazionali e crea tensioni sul bilancio federale. Ma l’impatto più profondo è politico: si ridefinisce il rapporto tra Casa Bianca, Congresso e Corte, mentre la campagna interna americana entra in una fase di polarizzazione ancora più intensa
di Guido Talarico
La storia è una maestra troppo spesso dimenticata. Le guerre dei dazi rappresentano conflitti commerciali ciclici, spesso legati a fasi di protezionismo economico contro il libero scambio, come, tanto per fare un esempio, nel 1930 fu lo “Smoot-Hawley Tariff Act” che invece di proteggere gli Stati Uniti aggravò gli effetti della Grande Depressione. Storicamente, queste misure ritorsive sono state usate per proteggere industrie nazionali ma troppo spesso provocano crolli del commercio internazionale e, talvolta, ritorsioni globali. Quello che sta accadendo negli Usa va in questa direzione.
La decisione della Corte Suprema rappresenta molto più di una sentenza sui dazi: è un punto di svolta istituzionale. Con una maggioranza di 6 a 3, la Corte ha stabilito che Donald Trump ha ecceduto i propri poteri nell’imporre tariffe globali su quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti utilizzando la legge del 1977 sui poteri economici di emergenza, una norma che non menziona esplicitamente la possibilità di introdurre dazi senza approvazione del Congresso.
È la prima grande bocciatura formale di un pilastro dell’agenda economica del secondo mandato di Trump. Ed è, soprattutto, una riaffermazione del principio che il potere commerciale appartiene al Congresso. Non alla Casa Bianca. La reazione del presidente è stata immediata e furiosa. Trump ha accusato i giudici di essere “sciocchi” e “lacchè”, ha espresso delusione anche verso magistrati da lui nominati e ha annunciato quasi in contemporanea nuovi dazi globali del 10%, facendo ricorso ad altre disposizioni legislative – tra cui la Sezione 122 del Trade Act del 1974 – mai utilizzate prima in questo modo da un presidente americano.
Un messaggio politico chiaro
Il messaggio politico è chiaro: la Corte può fermare uno strumento, ma non la strategia. Tuttavia, il quadro che si apre è di profonda incertezza. Sul piano economico globale, la sentenza getta ombre sugli accordi commerciali siglati negli ultimi mesi dall’amministrazione. Molti Paesi avevano accettato tariffe ridotte al 15% o al 20% in cambio di concessioni e investimenti negli Stati Uniti. Ora quei compromessi sono in bilico. Le capitali europee, Ottawa, New Delhi e Città del Messico hanno reagito con cautela: nessuno crede che la politica protezionista americana sia davvero finita.
Il nodo più delicato riguarda i rimborsi. Secondo diverse stime, l’amministrazione potrebbe dover restituire tra i 130 e i 200 miliardi di dollari agli importatori americani. Una cifra colossale che potrebbe aprire anni di contenziosi e procedure amministrative complesse. Il giudice Brett Kavanaugh, nella sua opinione dissenziente, ha parlato apertamente di un potenziale “caos” finanziario.
C’è poi la questione del bilancio federale. I dazi avevano generato entrate consistenti – fino a 30 miliardi di dollari al mese – contribuendo a colmare in parte il vuoto creato dai tagli fiscali. La loro cancellazione apre un buco stimato in oltre mille miliardi di dollari nel prossimo decennio, almeno secondo alcune proiezioni. Trump sostiene che le nuove tariffe compenseranno ampiamente la perdita. Ma il mercato non è convinto.
Eppure l’effetto immediato sui prezzi sarà probabilmente limitato. Le aziende che hanno già aumentato i prezzi per compensare i dazi difficilmente li ridurranno rapidamente, soprattutto in un contesto in cui nuove tariffe sono già state annunciate. L’incertezza, più che la riduzione effettiva delle imposte, continuerà a pesare sulle catene di approvvigionamento e sugli investimenti.
Il vero terremoto, però, è politico
La sentenza segna una rara presa di distanza della Corte Suprema da un presidente che, negli ultimi anni, aveva beneficiato di diverse decisioni favorevoli su temi cruciali come immigrazione e poteri esecutivi. Il fatto che due giudici nominati da Trump abbiano votato contro di lui rafforza l’immagine di indipendenza dell’istituzione, ma alimenta la retorica di un presidente che si sente tradito.
All’interno del Partito Repubblicano emergono crepe significative. Alcuni esponenti, come Mitch McConnell, hanno salutato la decisione come una riaffermazione del ruolo del Congresso in materia commerciale. Una parte del partito teme che la concentrazione eccessiva di potere nelle mani della Casa Bianca possa danneggiare l’equilibrio costituzionale.
Nel frattempo, la retorica trumpiana si radicalizza. L’idea che la Corte sia influenzata da interessi stranieri e che il presidente debba trovare “un’altra strada” alimenta una narrativa di scontro istituzionale permanente. La politica commerciale diventa così il terreno simbolico di una battaglia più ampia sul ruolo del potere esecutivo.
Cosa cambia, dunque, negli Stati Uniti e nel mondo?
Primo: si ridimensiona formalmente l’espansione unilaterale del potere presidenziale in materia commerciale. Secondo: si apre una fase di instabilità normativa, con dazi imposti, annullati e reintrodotti attraverso strumenti alternativi. Terzo: il sistema multilaterale deve confrontarsi con un’America che resta protezionista, ma ora più vincolata ai limiti costituzionali.
Infine, cambia il clima interno americano. La sentenza non indebolisce solo un provvedimento economico, ma tocca il cuore della visione trumpiana del potere: forte, rapido, poco mediato. La Corte ha ricordato che esistono confini. La risposta del presidente dimostra che quei confini saranno messi alla prova ancora a lungo. Il risultato è un Paese più polarizzato, un’economia globale più incerta e una politica commerciale che, lungi dall’essere risolta, entra in una nuova fase di conflitto istituzionale.
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L’articolo Dopo l’alt della Corte a Trump forti rischi di caos commerciale e di instabilità istituzionale proviene da Associated Medias.

