di Redazione

L’endorsement americano al premier ungherese in vista del voto del 12 aprile

Il sostegno americano a Viktor Orbán esce dall’ambito del semplice allineamento politico e assume contorni apertamente strategici, fino a evocare un possibile appoggio finanziario. In visita ufficiale a Budapest, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato senza ambiguità che «il successo di Orbán è il nostro successo», sottolineando come il presidente Donald Trump sia “profondamente impegnato” nella sua riconferma in vista delle elezioni di aprile, il cui esito appare oggi incerto. Washington considera infatti il rapporto con il leader ungherese un perno vitale della propria proiezione geopolitica in Europa centrale.

Rubio ha parlato di una vera e propria “età dell’oro” nei rapporti bilaterali, spingendosi ad aprire alla possibilità di aiuti economici qualora Budapest dovesse affrontare difficoltà finanziarie o ostacoli alla crescita, promettendo al contempo nuovi investimenti di aziende statunitensi nel Paese. Un segnale che intreccia diplomazia, economia e campagna elettorale. Orbán, da anni tra gli alleati europei più vicini a Trump e spesso in attrito con Bruxelles, rivendica però una politica estera multilaterale: rapporti solidi con Washington, ma anche interlocuzioni aperte con Mosca e soprattutto con Pechino, oggi tra i principali investitori in Ungheria, a partire dal maxi-stabilimento del colosso elettrico BYD. Una postura che il premier difende sostenendo che tra Budapest e Washington “non esistono punti di conflitto”, neppure sul dossier cinese.

Il voto del 12 aprile avrà un peso che travalica i confini nazionali: una vittoria di Orbán rafforzerebbe l’asse conservatore e sovranista europeo, mentre una sconfitta lo indebolirebbe. Dopo quattordici anni di potere quasi ininterrotto con Fidesz, il premier affronta però una fase più complessa, segnata dall’ascesa dell’opposizione guidata da Peter Magyar, dalle accuse di corruzione e da un’economia in affanno, con inflazione elevata e crescita stagnante dopo la guerra in Ucraina. Le misure sociali varate per consolidare il consenso — tagli fiscali, aumenti salariali, mutui agevolati — hanno sostenuto la popolarità ma aggravato deficit e pressioni sui prezzi, rendendo ancora più rilevante l’ipotesi di un sostegno esterno.

Un’eventuale discesa in campo finanziaria degli Stati Uniti, tuttavia, incontra la freddezza dell’Unione europea, che per voce della portavoce della Commissione ha ricordato come non rientri nelle prassi europee sostenere candidati nel pieno di una campagna elettorale. Segno che attorno alle urne ungheresi non si gioca soltanto una partita interna, ma un passaggio sensibile degli equilibri politici tra Washington e Bruxelles.

 

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