di Emilia Morelli
Il Consiglio dei ministri conferma le date del referendum sulla giustizia. Il quesito viene integrato con gli articoli della Costituzione indicati dalla Cassazione
Il giorno dopo la decisione della Corte di Cassazione, il governo scioglie il nodo politico più delicato: il referendum sulla riforma della
giustizia si terrà regolarmente il 22 e 23 marzo. Il Consiglio dei ministri, riunito in mattinata, ha scelto di non rinviare la consultazione popolare, limitandosi ad adeguare formalmente il quesito secondo quanto indicato dalla Cassazione.
La modifica riguarda l’integrazione esplicita degli articoli della Costituzione oggetto di revisione nella riforma promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal governo guidato da Giorgia Meloni.
Un Cdm rapido e senza dichiarazioni
La riunione dell’esecutivo è durata poco più di mezz’ora e si è svolta in un clima di estrema riservatezza. Molti ministri hanno partecipato a distanza o erano assenti da Palazzo Chigi, compreso lo stesso Nordio. Nessuna conferenza stampa al termine: sia la presidente del Consiglio sia il sottosegretario Alfredo Mantovano hanno lasciato la sede del governo senza incontrare i cronisti.
Nel frattempo, da ambienti della maggioranza sono partite critiche e accuse nei confronti della Cassazione, con riferimenti polemici alle presunte “toghe rosse” accusate di voler favorire il fronte del no. Dichiarazioni che, secondo fonti istituzionali, hanno generato imbarazzo negli uffici giudiziari di piazza Cavour.
Il nuovo testo del quesito referendario
Nel comunicato ufficiale, il governo ha chiarito di aver deliberato di proporre al Presidente della Repubblica l’adozione di un decreto che “precisa” il quesito già indetto con il provvedimento del 13 gennaio 2026, senza modificarne la validità né la data.
La domanda che verrà sottoposta agli elettori fa ora riferimento puntuale agli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, indicando con chiarezza le norme coinvolte nella riforma sull’ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti.
Un passaggio politico e istituzionale delicato
La scelta dell’esecutivo arriva dopo l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, presieduto da Raffaele Frasca, che ha accolto il nuovo quesito promosso da oltre 500mila cittadini. Una decisione che ha smentito l’idea, diffusa nella maggioranza, che la raccolta firme fosse destinata a restare politicamente irrilevante.
Nei giorni scorsi lo stesso Nordio aveva ipotizzato un possibile slittamento del voto, mentre il comitato promotore confidava in una revisione del calendario. Ora resta solo, sul piano teorico, l’ipotesi di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato da sollevare davanti alla Corte Costituzionale, una strada complessa e politicamente rischiosa.
La soddisfazione del comitato dei giuristi
Di segno opposto la reazione del comitato dei 15 giuristi promotori, guidato dall’avvocato Carlo Guglielmi. In una nota congiunta, il gruppo rivendica il risultato ottenuto come una vittoria dei cittadini e della partecipazione democratica.
Secondo i promotori, la riformulazione del quesito garantisce finalmente agli elettori una piena consapevolezza del voto, chiarendo quali parti della Costituzione verrebbero modificate. Un ringraziamento esplicito è stato rivolto ai oltre 546mila firmatari, definiti protagonisti di una mobilitazione a difesa dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Il comitato, pur prendendo atto della decisione del governo, resta ora in attesa degli sviluppi formali e dell’avvio della campagna referendaria, che si preannuncia fortemente polarizzata.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
L’articolo Referendum sulla giustizia, il governo conferma il voto il 22 e 23 marzo e modifica il quesito proviene da Associated Medias.

