di Carlo Longo
La presidenza ad interim di Delcy Rodríguez ha inaugurato un nuovo corso per il Venezuela, incentrato sul controllo congiunto del petrolio. Washington gestisce le vendite internazionali del greggio venezuelano, mentre Caracas riceve parte dei ricavi, sottoponendosi a una vigilanza finanziaria imposta da Trump
Il Venezuela è entrato in una nuova fase politica ed economica. La recente rimozione forzata dell’ex presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, seguita dalla nomina della presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha portato a un cambiamento profondo nella gestione delle risorse petrolifere del paese. Al centro di questa svolta vi è un accordo non ufficiale ma efficace: gli Stati Uniti vendono il petrolio venezuelano all’estero per conto del nuovo governo, trattenendo parte dei proventi e trasferendo al regime di Rodríguez somme utili a tenere in piedi un’economia ormai al collasso.
Nei giorni scorsi sono arrivati i primi versamenti: 300 milioni di dollari (circa 250 milioni di euro) derivanti da una vendita complessiva di 500 milioni. In un paese martoriato da crisi sistemiche, iperinflazione e crollo dei servizi pubblici, questi fondi rappresentano una boccata d’ossigeno per il fragile sistema bancario e per l’amministrazione statale.
Il nuovo assetto, voluto e orchestrato dal presidente statunitense Donald Trump, è stato accettato da Caracas per due ragioni principali. Innanzitutto, per la totale assenza di alternative: l’uscita di scena di Maduro è stata accompagnata da un ultimatum che prevedeva la piena collaborazione sul dossier energetico. In secondo luogo, l’accordo permette al Venezuela di aggirare efficacemente il regime di sanzioni che ne bloccava l’accesso al mercato globale, consentendogli di vendere petrolio a prezzo di mercato invece che attraverso canali opachi e sottocosto.
Durante un’audizione al Senato il 28 gennaio, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha illustrato i dettagli del nuovo assetto. Tra le condizioni accettate dal governo venezuelano vi è l’obbligo di presentare mensilmente un bilancio dettagliato alla Casa Bianca, con particolare riferimento alle entrate derivanti dalla vendita di petrolio e alla loro destinazione: sanità, istruzione, beni importati dagli Stati Uniti. In pratica, un controllo diretto sull’uso delle risorse del paese.
Per ragioni legali e diplomatiche, i ricavi petroliferi transitano da conti in un paese terzo — il Qatar — evitando così possibili sequestri da parte dei creditori internazionali, verso cui il Venezuela vanta un debito estero stimato in oltre 170 miliardi di dollari.
Rubio ha inoltre sottolineato che gli Stati Uniti non intendono finanziare direttamente la transizione politica venezuelana: sarà il petrolio, ha detto, a sostenere l’intero processo. Tuttavia, persistono molte incognite sulla capacità del paese di rilanciare la produzione dopo anni di cattiva gestione, scarsa manutenzione e fuga di competenze.
Nel frattempo, il parlamento venezuelano — presieduto dal fratello di Delcy Rodríguez — ha approvato una riforma epocale del settore petrolifero. Dopo 25 anni di chiusura e nazionalizzazioni, si aprono spiragli per il ritorno delle compagnie straniere. Queste potranno ora gestire direttamente gli impianti, mentre Petróleos de Venezuela (PDVSA) viene parzialmente ridimensionata. La riforma abbassa tasse e royalties, reintroduce l’arbitrato internazionale per le dispute commerciali e, in generale, punta a rendere il paese più attraente per gli investitori.
In risposta, gli Stati Uniti hanno alleggerito alcune sanzioni: le loro aziende possono ora acquistare e trasportare petrolio venezuelano, pur senza ancora poterlo estrarre direttamente nel paese. Si tratta di un primo passo verso una riapertura più ampia, anche se le compagnie restano caute, consapevoli delle fragilità strutturali e dei rischi politici.
Delcy Rodríguez, già ministra del Petrolio, sta cercando di tenere insieme due esigenze contrastanti: rafforzare l’economia attraverso l’apertura e, al tempo stesso, mantenere una narrativa pubblica di sovranità. Nei suoi ultimi interventi ha infatti alternato toni concilianti con gli Stati Uniti a dichiarazioni più dure, in cui afferma di voler smettere di «ricevere ordini da Washington». Una strategia a doppio binario, evidente anche nei contatti riservati: il 15 gennaio, ad esempio, Rodríguez ha incontrato a Caracas il direttore della CIA, John Ratcliffe, dando il via a una serie di interlocuzioni riservate.
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