di Carlo Longo

Nuova uccisione a Minneapolis durante un’operazione dell’Ice. Versioni contrastanti, proteste in piazza e scontro con la Casa Bianca. Cresce il timore di una svolta autoritaria negli Stati Uniti

minneapolisMinneapolis appare sempre più come un territorio di frontiera. Nelle strade della città si susseguono sparatorie che coinvolgono agenti federali dell’Ice e della Border Patrol, mentre la polizia locale viene sistematicamente esclusa dalle operazioni e respinta dalle scene degli scontri. Il risultato è un clima che molti osservatori descrivono come prossimo a una rottura istituzionale, con tensioni che ricordano uno scenario da emergenza interna.

In questo contesto, stabilire se l’ultima vittima fosse armata e pericolosa, come sostiene il governo federale, o se stesse semplicemente cercando di aiutare altre persone, come riferiscono diversi testimoni, rischia quasi di passare in secondo piano rispetto alla portata politica di ciò che sta accadendo.

Un’offensiva che va oltre l’immigrazione

Secondo critici e opposizioni locali, l’operazione voluta da Donald Trump non si limita più all’obiettivo dichiarato di contrastare l’immigrazione irregolare. L’intervento massiccio delle forze federali viene letto come parte di una strategia più ampia, volta a ridisegnare gli equilibri di potere negli Stati Uniti, anche attraverso la minaccia di ricorrere all’Insurrection Act per militarizzare le città e reprimere le proteste.

A rafforzare questa lettura contribuiscono episodi emersi nelle ultime ore, che hanno ulteriormente infiammato l’opinione pubblica.

Una bambina deportata e un manifestante colpito

Il primo caso riguarda una bambina di due anni fermata insieme al padre a Minneapolis e trasferita in un centro di detenzione in Texas, nonostante un giudice avesse bloccato il provvedimento. Il secondo episodio è avvenuto durante una manifestazione, quando un agente federale ha spruzzato spray urticante sul volto di un manifestante già immobilizzato a terra.

Due vicende che, sommate alle sparatorie, alimentano l’accusa di un uso sistematico e sproporzionato della forza da parte delle autorità federali.

L’uccisione di Alex Jeffrey Pretti

Il nuovo omicidio è avvenuto alle 9.03 del mattino. La polizia di Minneapolis è stata informata che gli agenti federali avevano aperto il fuoco ancora una volta. La vittima è Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, cittadino americano, infermiere di pronto soccorso.

Un video girato da un manifestante mostra la sequenza degli eventi. Pretti stava protestando contro un raid federale, utilizzando un fischietto. Quando un agente spinge due donne, facendone cadere una sulla neve, l’uomo interviene per aiutarle. A quel punto viene colpito con spray al peperoncino, immobilizzato a terra da più agenti e colpito con un oggetto. Seguono tre spari ravvicinati. Le urla dei presenti accompagnano la scena: “Cosa avete fatto? Lo avete ucciso?”.

Il controllo della scena e la battaglia sulla narrazione

Dopo gli spari, la polizia locale tenta di intervenire per prestare soccorso e raccogliere prove, ma viene respinta dagli agenti federali con il volto coperto. L’accesso alla scena viene negato, mentre la versione ufficiale viene diffusa rapidamente.

Secondo il capo della Border Patrol Gregory Bovino, Pretti era armato e pronto a infliggere danni agli agenti. Donald Trump ha rilanciato questa tesi pubblicando sui social la foto di una pistola, sostenendo che l’uomo fosse pronto a sparare e accusando le autorità locali di non aver garantito protezione agli agenti federali.

Le reazioni delle autorità locali

Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha reagito con parole durissime dopo aver visionato il video: “Si vede un nostro cittadino immobilizzato a terra e ucciso. Quante persone dovranno ancora morire prima che questo attacco contro la nostra città finisca?”.

Il governatore del Minnesota Tim Walz ha rivelato che Pretti possedeva legalmente un’arma, diritto che negli Stati Uniti è spesso difeso come intoccabile. Tuttavia, dalle immagini non emerge che l’uomo stesse cercando di usarla: alcuni testimoni affermano che in mano avesse solo il cellulare.

Walz ha annunciato di aver attivato la Guardia Nazionale e di voler affidare l’indagine alle autorità statali, dichiarando apertamente di non considerare affidabile il governo federale su questo caso.

Proteste, appelli alla calma e il timore dell’Insurrection Act

Rivolgendosi ai cittadini scesi in strada, il governatore ha denunciato il comportamento degli agenti federali come “crudele, abominevole e non professionale”, invitando però a non rispondere alla violenza con altra violenza. Un’escalation, ha avvertito, fornirebbe il pretesto perfetto per proclamare lo stato d’insurrezione e occupare militarmente le città.

Minneapolis resta così sospesa tra rabbia, paura e resistenza civile, mentre il confronto tra Stato e Casa Bianca si fa sempre più aspro e il rischio di una frattura istituzionale negli Stati Uniti appare sempre meno remoto.

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L’articolo Minneapolis sull’orlo della crisi: sparatorie, raid dell’Ice e il rischio dello stato d’insurrezione proviene da Associated Medias.