di Velia Iacovino

In Europa intanto emergono tensioni: il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha definito “ingenerose” le critiche di Zelensky all’Unione europea, rivendicando lo sforzo economico e politico fatto finora per sostenere Kiev

 

È iniziato ad Abu Dhabi il tanto atteso vertice a tre tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, un passaggio che segna una novità rilevante nel conflitto perché da tempo non si tenevano colloqui trilaterali di questo livello e con un’agenda così esplicitamente orientata alla fine della guerra. Vi partecipano

Gli Emirati Arabi Uniti hanno confermato l’avvio formale dei negoziati, destinati a proseguire per due giorni, sottolineando la volontà di favorire il dialogo politico tra le parti in una fase in cui la pressione militare e umanitaria resta altissima. Il formato è significativo non solo per i partecipanti –  gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, per l’Ucraina il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il segretario del Consiglio per la sicurezza Rustem Umerov e il diplomatico di lungo corso Sergiy Kyslytsya, mentre la delegazione russa comprende il negoziatore di Putin Kirill Dmitriev e il capo dell’intelligence militare- ma per il momento scelto: mentre sul terreno continuano attacchi e vittime civili, sul piano diplomatico si tenta di capire se esistano le condizioni minime per avviare un percorso di uscita dal conflitto.

Secondo quanto riferito dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è ancora troppo presto per trarre conclusioni. Nei suoi messaggi serali ha parlato di un primo colloquio già avvenuto tra le delegazioni, ribadendo che il dialogo riguarda i parametri per porre fine alla guerra e che ora l’attenzione è tutta sulle risposte che arriveranno da Mosca. Zelensky ha chiarito di aver fissato confini precisi al mandato della delegazione ucraina e ha sottolineato che il vero punto politico non è solo il desiderio di Kiev di raggiungere sicurezza e pace, ma la disponibilità reale della Russia a chiudere una guerra che, ha ricordato, è stata iniziata da Mosca. Ai colloqui partecipano figure chiave dell’apparato politico e di sicurezza ucraino e nelle prossime ore si uniranno anche i vertici militari, segnale che il dossier non è solo diplomatico ma strettamente legato agli equilibri sul campo.

Sul tavolo di Abu Dhabi pesano almeno tre grandi questioni. La prima è quella territoriale, con la Russia che punta a consolidare i risultati militari ottenuti e l’Ucraina che rifiuta qualsiasi riconoscimento formale delle annessioni, cercando semmai soluzioni temporanee che non pregiudichino la sovranità. La seconda riguarda le garanzie di sicurezza: Kiev chiede meccanismi credibili che impediscano una nuova aggressione, mentre Mosca mira a ridurre la presenza e l’influenza militare occidentale nello spazio ucraino. La terza è il fattore tempo, perché l’inverno, la distruzione delle infrastrutture energetiche e il logoramento economico rendono sempre più urgente una prospettiva di stabilizzazione. Attorno al vertice si muovono anche altri segnali politici. A Mosca il presidente Vladimir Putin, che ha incontrato gli emissari americani Witkoff e Kushner prima che partissero alla volta degli Emirati, ha confermato che il canale di comunicazione con Washington è attivo e parallelo ai colloqui ufficiali. In Europa intanto emergono tensioni: il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha definito “ingenerose” le critiche di Zelensky all’Unione europea, rivendicando lo sforzo economico e politico fatto finora per sostenere Kiev. Un documento della Commissione europea ha stimato in circa 800 miliardi di dollari in dieci anni il costo della ricostruzione dell’Ucraina, legando però questo piano a un presupposto ancora mancante, cioè il cessate il fuoco.

Abu Dhabi diventa così il crocevia di più livelli di crisi: la guerra combattuta, la diplomazia delle grandi potenze e il futuro postbellico già immaginato ma non ancora possibile. Non è detto che dai due giorni di colloqui esca un accordo o anche solo una svolta immediata, ma il fatto stesso che il trilaterale sia iniziato indica che il conflitto è entrato in una fase diversa, in cui la diplomazia prova a riaprire spazi che fino a poco tempo fa sembravano completamente chiusi, pur restando appesa alla domanda centrale posta dallo stesso Zelensky: se anche dall’altra parte, in Russia, esista davvero la volontà di mettere fine alla guerra.

 

 

 

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