di Ennio Bassi


L’Italia resta aperta alla partecipazione, ma serve parità tra gli Stati. Schlein attacca: «Un Onu costruito su misura per gli interessi di Trump».

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Giorgia Meloni frena sul Board of Peace per Gaza voluto da Donald Trump e incassa il plauso della Cgil. La presidente del Consiglio conferma che, allo stato attuale, l’Italia non può firmare l’adesione all’organismo per ragioni costituzionali. Il nodo è l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo «in condizioni di parità tra gli Stati». Una condizione che, secondo Palazzo Chigi, oggi non sarebbe garantita dallo statuto del nuovo organismo immaginato da Donald Trump.

Una posizione che trova il consenso di Maurizio Landini. Il segretario generale della Cgil definisce la scelta del governo «assolutamente una buona notizia» e sottolinea come sia «molto positivo» che la decisione sia stata condivisa con il Presidente della Repubblica e motivata dal rispetto della Costituzione. «È un primo segnale che deve allargarsi», afferma Landini, ribadendo che la Carta «non va cambiata ma applicata» e chiedendo una pressione internazionale più forte per fermare le politiche del governo Netanyahu e tutelare i diritti dei palestinesi.

Meloni, però, evita una chiusura definitiva. L’Italia, spiega, resta «aperta, disponibile e interessata» a partecipare, anche perché potrebbe giocare un ruolo rilevante nella costruzione di un piano di pace per il Medio Oriente e nella prospettiva dei due Stati. Ma senza modifiche allo statuto — a partire da un riequilibrio dei poteri e dall’eliminazione di una leadership dominante — l’adesione resterebbe incompatibile con i principi costituzionali. Per questo, al momento, non ci sono né i tempi né le condizioni per una firma, anche per evitare un conflitto con il Parlamento e la Corte costituzionale.

Dall’opposizione arriva invece una critica frontale. La segretaria del Pd Elly Schlein boccia senza appello il progetto americano, definendolo «un Onu a pagamento, fatto su misura per gli interessi di Trump», a cui il governo italiano «non deve e non può partecipare». Per Schlein, il ruolo storico dell’Italia è un altro: difendere il diritto internazionale, rafforzare le sedi multilaterali e farle funzionare meglio come strumenti di dialogo e di pace. Il Board of Peace resta così al centro di un confronto che attraversa maggioranza, opposizione e parti sociali: tra aperture politiche, paletti costituzionali e una domanda di multilateralismo che, ancora una volta, passa dalla Carta repubblicana.

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