di Carlo Longo
Svolta nella strategia UE nei confronti degli Stati Uniti. Von der Leyen: “L’Europa deve abbandonare la sua tradizionale cautela”
Quando nel pomeriggio di venerdì si è compreso che il nuovo attacco frontale del presidente statunitense Donald Trump all’Europa sarebbe rimasto privo di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni comunitarie, a Bruxelles si è parlato apertamente di un successo diplomatico. Lasciare Trump isolato a Davos non è stata una scelta semplice, ma il frutto di una strategia europea attentamente costruita nelle settimane precedenti.
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha evitato ogni incontro bilaterale con il presidente americano, rinviando qualsiasi contatto a dopo le consultazioni con i 27 leader dell’Unione. Una posizione condivisa anche da Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Mette Frederiksen, il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer. Nessuno ha accettato l’invito di Trump per discutere, tra l’altro, del vertice proposto sulla Groenlandia e della cerimonia per la creazione del cosiddetto Board di Gaza, prevista per giovedì.
Significativa anche la scelta di von der Leyen di modificare all’ultimo momento la propria agenda, tornando a Bruxelles — e non a Davos — dopo il discorso in plenaria a Strasburgo. La notizia è trapelata solo quando Trump era già in volo verso l’Europa, confermando l’intento di ridurre al minimo l’attenzione istituzionale nei confronti del leader americano.
Le parole di Trump contro le istituzioni europee, pronunciate dal palco del Forum, non hanno colto nessuno di sorpresa. La tensione con l’Europa è ormai aperta, anche tra gli alleati storici e i leader tradizionalmente più cauti. Persino figure del fronte sovranista europeo, come Jordan Bardella, iniziano a prendere le distanze, anche per ragioni di strategia elettorale.
«L’Unione deve smettere di agire con eccessiva prudenza», ha dichiarato von der Leyen all’Eurocamera, lasciando intendere che l’Europa intende rispondere con decisione alla nuova postura americana. Una delle prime contromosse sarà una linea d’investimenti “massicci” in Groenlandia, territorio diventato simbolico nelle tensioni geopolitiche con Washington. Il tema sarà al centro di una riunione straordinaria della Commissione sulla sicurezza, in programma per venerdì.
Ma prima, un vertice europeo straordinario riunirà i 27 per affrontare dossier critici: dazi, aiuti all’Ucraina, Fase 2 della crisi di Gaza e nuovi equilibri globali. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha modificato radicalmente la percezione degli Stati Uniti a Bruxelles. Alcuni leader, come Macron, potrebbero rilanciare l’ipotesi dell’uso dello strumento anti-coercizione, incluso un possibile ricorso alla “opzione nucleare” commerciale. Non mancheranno le frizioni: la premier italiana Giorgia Meloni resta contraria a soluzioni drastiche. Ma nelle alte sfere europee non si esclude più che il 6 febbraio possano scattare i controdazi da 93 miliardi di euro contro Washington, senza ulteriori rinvii.
Intanto, il Parlamento europeo ha congelato i lavori sulla ratifica dell’accordo commerciale Ue-Usa firmato nel luglio precedente, rinviando a data da destinarsi l’approvazione finale. Una decisione simbolica, ma che conferma un mutato clima politico. A Bruxelles è sempre più condivisa l’idea che la Groenlandia sia una linea rossa invalicabile, e che l’epoca delle concessioni unilaterali sul fronte commerciale sia finita.
«Dobbiamo costruire un’Europa dei principi, della protezione e della prosperità», ha detto António Costa a Strasburgo, ribadendo che l’Unione deve reagire con una visione strategica unitaria.
Nel frattempo, Londra sembra intenzionata a ricucire i rapporti con l’Ue. Keir Starmer ha reagito con decisione agli attacchi americani sulle isole Chagos e sulle politiche commerciali, dichiarando: «Non cederò sotto pressione». Anche questo è un segnale del riavvicinamento del Regno Unito al continente.
L’asse europeo di resistenza alla politica aggressiva di Trump potrebbe estendersi: Norvegia, Islanda, Moldova e persino la neutrale Svizzera osservano con interesse l’evoluzione della crisi transatlantica. E se a Copenaghen si è colta con sollievo la dichiarazione di Trump contro l’uso della forza per ottenere la Groenlandia, il nervosismo resta palpabile.
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