di Redazione

Un anno dopo la rielezione, il Presidente americano resta fedele al suo stile: promesse mantenute, diplomazia ridisegnata e nuove sfide globali. Ne parla sulle colonne del Messaggero l’ambasciatore Castellaneta

minnesotaÈ passato un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, e la politica estera americana appare oggi profondamente trasformata, nel solco di uno stile personale e divisivo che ha segnato la scena internazionale con tratti di imprevedibilità e fermezza. A tracciare un primo bilancio è Giovanni Castellaneta sulle pagine de Il Messaggero, in un’analisi che sottolinea come il Presidente abbia effettivamente rispettato buona parte delle promesse (o minacce) annunciate già al suo debutto nel 2016.

Trump, osserva Castellaneta, ha proseguito lungo un percorso di disimpegno dalle tradizionali alleanze multilaterali, puntando invece su una visione più isolazionista e assertiva. Il Medio Oriente è stato progressivamente abbandonato, la NATO ridimensionata e le relazioni con Cina e America Latina ricalibrate su nuove logiche di forza. La cosiddetta dottrina “Donroe” – gioco di parole tra “Trump” e “Monroe” – ha ripreso il concetto del “cortile di casa” americano, ampliandolo e declinandolo in chiave contemporanea, anche con operazioni simboliche come l’intervento in Venezuela e l’interesse strategico per la Groenlandia.

Ma non tutto è andato secondo i piani. Sebbene il Presidente si vanti di aver “chiuso” otto conflitti, la realtà, sottolinea Castellaneta, è ben più complessa: la guerra in Ucraina è ormai al quinto anno, il conflitto israelo-palestinese rimane irrisolto e nuove tensioni si affacciano all’orizzonte. E mentre Trump si propone come mediatore nei dossier più spinosi (dalla diga del Nilo tra Egitto ed Etiopia ai rapporti con Teheran), le crisi si moltiplicano e le soluzioni definitive appaiono lontane.

Sul fronte interno, l’ex tycoon affronta la sfida forse più insidiosa: la tenuta del consenso. Le elezioni di midterm previste per l’autunno rappresentano un crocevia decisivo. La perdita della maggioranza al Congresso potrebbe trasformarlo in una “anatra zoppa” e bloccare di fatto la sua agenda. Da qui l’attivismo internazionale delle ultime settimane, che alcuni interpretano come un tentativo di ottenere il Nobel per la Pace o di distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne.

Trump, insomma, continua a recitare il suo copione senza deviazioni: fuori dagli schemi, nemico della diplomazia tradizionale, interprete di un mondo multipolare dominato da leader forti e regole flessibili. Ma come conclude Castellaneta, i prossimi mesi saranno tutt’altro che semplici, e non è escluso che il Presidente – in pieno stile drammatico – abbia già pronta una mossa clamorosa in caso di ostacoli politici. Persino l’ipotesi di chiedere l’impeachment pur di smuovere le acque.

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