di Martina Esposito
Il metallo giallo si rafforza ancora e segna nuovi picchi, sostenuto da un mix di incertezze geopolitiche, scelte delle banche centrali e domanda crescente da parte degli investitori. Le stime degli analisti guardano già al traguardo dei 5.000 dollari entro il 2026

L’oro continua a guadagnare terreno sui mercati internazionali, imponendosi sempre più come riserva di valore in un contesto mondiale segnato da instabilità e turbolenze. Negli ultimi mesi, il suo prezzo ha infranto record su record, superando anche i 4.713 dollari l’oncia nelle contrattazioni spot, mentre il contratto future con scadenza a febbraio ha toccato i 4.714,60 dollari, con un incremento del 2,59%. Non è un caso isolato: secondo i dati, nel solo 2025 l’oro ha segnato oltre 60 nuovi massimi, un segnale inequivocabile dell’evoluzione in corso.
Dietro a questa dinamica si nasconde una rete complessa di fattori macroeconomici e politici. Il crescente disordine internazionale, le tensioni tra le potenze globali e i timori per la tenuta delle istituzioni occidentali — in particolare la Federal Reserve, messa sotto pressione da polemiche sull’indipendenza del suo vertice — hanno spinto molti investitori a cercare protezione nel metallo giallo. L’oro, storicamente considerato un bene rifugio, ritrova così centralità nei portafogli internazionali.
L’oro e la strategia delle banche centrali
Un ulteriore sostegno strutturale al prezzo dell’oro arriva dalle banche centrali, che negli ultimi anni hanno progressivamente incrementato le loro riserve auree. Per la prima volta, l’oro detenuto a livello globale ha superato il controvalore dei titoli del Tesoro statunitensi presenti nei bilanci degli istituti centrali, segnando un passaggio simbolico verso una minore dipendenza dal dollaro.
Un caso emblematico è quello della Cina, le cui riserve ufficiali in oro coprono l’8,3% del totale delle sue riserve, ancora ben al di sotto della media globale del 20%. Questo margine di crescita suggerisce potenziali ulteriori acquisti da parte di Pechino, destinati ad alimentare la domanda e, con essa, il prezzo.
Strumenti finanziari e ritorno dell’interesse retail
Anche gli strumenti finanziari legati all’oro, come gli ETF (Exchange Traded Funds), stanno beneficiando del rinnovato interesse. Dopo un periodo di deflussi, coinciso con le politiche restrittive della Fed, si osserva un ritorno dei capitali su questi strumenti, favorito dalla recente inversione di tendenza sui tassi di interesse, avviata a settembre.
Sebbene gli afflussi non abbiano ancora raggiunto i livelli straordinari del 2020, il segnale è chiaro: la domanda da parte degli investitori retail è tornata a crescere, e non ha ancora toccato il suo potenziale massimo.
L’argento segue la scia dell’oro
Non solo oro: anche l’argento registra un’impennata notevole, superando i 93 dollari l’oncia con un aumento giornaliero di oltre il 5% e un massimo storico a 94,71 dollari. Il metallo, sempre più utilizzato nei settori dell’energia pulita e della tecnologia, beneficia di una doppia valenza: bene rifugio e materia prima industriale. Un mix che lo rende sempre più interessante nel panorama finanziario attuale.
Verso quota 5.000
Secondo gli esperti di Vontobel Wealth Management, le attuali dinamiche di mercato non sembrano temporanee. Anzi, si rafforzano con l’evolversi del quadro economico globale. L’ipotesi di un oro a 5.000 dollari l’oncia entro il 2026 è considerata credibile, soprattutto se continueranno le spinte inflattive, le incertezze politiche e la pressione sul dollaro. In quest’ottica, una quota tra il 3% e il 5% in oro nei portafogli bilanciati è ritenuta una scelta prudente e strategica per contenere i rischi di lungo periodo.
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