di Redazione

La difesa è affidata allo studio legale Unistudio & Gambino. Il filone civile è seguito dal senior partner prof. Alberto Gambino, ordinario di diritto civile, e dalla partner Francesca Toppetti, mentre il contenzioso amministrativo è curato dal partner Luigi Cameriero e dall’associato Carmine Genovese, affiancati dal prof. Bernardo Mattarella, ordinario di diritto amministrativo alla Luiss

La storica pasticceria Dagnino di Roma, situata nella Galleria Esedra, ha intrapreso un’articolata azione legale per garantirne la sopravvivenza, minacciata da un potenziale sfratto. La vicenda si snoda su due binari giudiziari paralleli: uno civile e uno amministrativo, quest’ultimo di importanza cruciale per le sorti del locale. La difesa è affidata allo studio legale Unistudio & Gambino. Il filone civile è seguito dal senior partner prof. Alberto Gambino, ordinario di diritto civile, e dalla partner Francesca Toppetti, mentre il contenzioso amministrativo è curato dal partner Luigi Cameriero e dall’associato Carmine Genovese, affiancati dal prof. Bernardo Mattarella, ordinario di diritto amministrativo alla Luiss.

Proprio oggi il giudice civile ha concesso un rinvio del procedimento di sfratto in attesa della decisione del Tar del Lazio in merito alla richiesta di apposizione del vincolo di interesse culturale sui beni della pasticceria. Tale decisione sottolinea come l’esito del giudizio amministrativo sia considerato pregiudiziale per la risoluzione della controversia civilistica.

La vicenda amministrativa ha origine con l’istanza presentata dalla società che gestisce la pasticceria, volta a ottenere la dichiarazione di interesse culturale per i beni mobili, i dipinti, le sculture, i graffiti, le stigliature e gli arredi presenti nel locale. L’obiettivo era il riconoscimento del valore storico-artistico del complesso, concepito come un progetto unitario fin dalla sua inaugurazione nel 1954.

Tuttavia la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma ha negato la sussistenza degli elementi per il riconoscimento del particolare interesse culturale, ritenendo che, sebbene le opere costituiscano una “testimonianza concreta del progetto decorativo del locale siciliano”, la loro rilevanza artistica non sia di livello nazionale. Gli artisti, come Italo Mangiameli e Alfonso Amorelli, vengono considerati di fama prevalentemente locale o “insulare”, non paragonabili a figure come Renato Guttuso o il gruppo di Forma. La Soprintendenza ritiene che i beni non rappresentino “l’espressione e la testimonianza di una storia e una memoria collettiva e condivisa”. Non sarebbe stata individuata una “comunità di riferimento” che riconosca nel locale un valore identitario legato, ad esempio, alla presenza siciliana a Roma.

In realtà ora con il ricorso amministrativo – peraltro patrocinato da due campioni della sicilianità a Roma come i professori Gambino e Mattarella (quest’ultimo palermitano doc come il padre Presidente della Repubblica) – la società che gestisce la nota pasticceria contesta all’amministrazione di aver analizzato singolarmente le opere e gli artisti, perdendo di vista il valore culturale che risiede nel complesso decorativo unitario. Il valore non deriva solo dalla fama nazionale dei singoli artisti, ma dall’essere “un raro esempio, a Roma, di un interno concepito da un gruppo di artisti della scuola siciliana del dopoguerra, in un dialogo stilistico tra figurativo e astratto”.

Il ricorso evidenzia una profonda contraddizione nel ragionamento della Soprintendenza riguardo all’interesse immateriale. Il parere stesso riconosce che la pasticceria “doveva dunque raccontare i dolci siciliani ai romani ma anche attrarre l’alta società siciliana che si trovava a Roma (attori, artisti, politici)” e che il locale doveva “evocare l’idea di una certa “sicilianità”. Il riconoscimento del locale come “bottega storica di eccellenza” da parte del Comune di Roma e la mobilitazione dei clienti sono ulteriori prove di questo valore identitario, che la Soprintendenza ha sminuito a un “generico gruppo che riunisca la platea di possibili consumatori”.

La rilevanza culturale della Pasticceria Dagnino è stata recentemente confortata dall’evento tenutosi proprio venerdì scorso, con la partecipazione della storica dell’arte Giulia Ingarao, la quale ha sottolineato come le opere conservate nel locale rappresentino “uno dei più significativi esempi di integrazione tra arte, architettura e funzione sociale del Novecento italiano”. Questo patrimonio, definito “fragile”, rischia di essere disperso proprio perché non riconosciuto come bene vincolabile.

Con la decisione odierna il giudice civile ha deciso di attendere l’esito del giudizio amministrativo a conferma della centralità della questione del vincolo culturale. Il riconoscimento dell’interesse culturale dei beni presenti nella pasticceria non solo ne garantirebbe la conservazione e l’integrità, ma fornirebbe anche una solida base giuridica per opporsi a un eventuale sfratto, legando indissolubilmente la continuità dell’attività alla tutela di un patrimonio che trascende il mero valore commerciale. La decisione del TAR del Lazio sarà quindi determinante per il futuro di un pezzo di storia che, come sostenuto nel ricorso, rappresenta un capitolo significativo della cultura e dell’arte del secondo dopoguerra a Roma.

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