di Emilia Morelli
Dopo settimane di proteste e migliaia di morti, Khamenei riconosce la repressione e promette pugno di ferro. Trump attacca: “Serve una nuova leadership”
Per la prima volta in trentasette anni di potere assoluto, Ali Khamenei ha riconosciuto pubblicamente la portata della repressione in corso in Iran. In un discorso televisivo alla nazione, pronunciato dopo giorni di violenze, arresti di massa e blackout informativi, la Guida Suprema ha parlato apertamente di migliaia di vittime e ha promesso una risposta ancora più dura contro i manifestanti.
Secondo le stime ufficiali, i morti sarebbero oltre tremila, tra cui almeno 150 membri delle forze di sicurezza. Le organizzazioni per i diritti umani parlano invece di numeri più alti e denunciano famiglie che non riescono neppure a recuperare i corpi dei propri cari.
Nel suo intervento, Khamenei ha accusato direttamente Stati Uniti e Israele di essere responsabili delle proteste:
«Coloro che sono legati all’America e a Israele sono colpevoli della morte di migliaia di persone. I criminali interni e internazionali non resteranno impuniti».
Un ordine senza appello alle forze di sicurezza
Le parole del leader iraniano non lasciano spazio a interpretazioni: la repressione dovrà proseguire senza esitazioni. «La nazione iraniana deve spezzare la schiena ai sediziosi», ha dichiarato, dando di fatto un mandato esplicito alle forze dell’ordine.
Un messaggio che pesa sulle oltre diecimila persone arrestate nelle ultime settimane, secondo l’ong Iran Human Rights. Molti detenuti rischiano processi sommari e, secondo gli ultraconservatori, anche la pena capitale.
Il procuratore di Teheran Ali Salehi ha confermato che centinaia di casi sono già stati trasferiti ai tribunali e che la risposta dello Stato sarà «rapida, decisa e dissuasiva».
La replica di Trump: “Serve una nuova leadership”
La reazione della Casa Bianca è arrivata poche ore dopo. Donald Trump ha definito Khamenei «un uomo malato» e ha invocato apertamente un cambio politico alla guida della Repubblica islamica.
«La leadership è una questione di rispetto, non di paura e morte. L’Iran è uno dei posti peggiori al mondo in cui vivere a causa della sua classe dirigente», ha dichiarato il presidente americano.
Trump ha anche accusato Teheran di aver trasformato il Paese in una prigione a cielo aperto, ricordando che Internet è bloccato da oltre una settimana per la maggioranza dei 90 milioni di iraniani, mentre solo i vertici del regime possono comunicare liberamente.
La strategia ambigua degli Stati Uniti
Il dossier iraniano resta però uno dei più contraddittori per l’amministrazione Trump. Nelle scorse settimane il presidente ha prima incitato apertamente i manifestanti, promettendo sostegno, salvo poi fare marcia indietro e congelare l’ipotesi di un intervento diretto.
Questo atteggiamento ha offerto al regime l’occasione per dipingere le proteste come una cospirazione straniera. Secondo diverse testimonianze raccolte dal Financial Times, in alcuni cortei sarebbero stati presenti agitatori infiltrati, ma la vastità del massacro viene attribuita alle forze di sicurezza iraniane.
Nei giorni scorsi Trump ha persino ringraziato Teheran per aver «annullato 800 esecuzioni», una dichiarazione mai chiarita e subito smentita dalle autorità iraniane.
Un Paese paralizzato tra paura e incertezza
Nelle principali città iraniane la vita quotidiana riprende lentamente, ma in un clima di emergenza permanente. Le scuole riapriranno in presenza, mentre le università continueranno con lezioni online. Internet resta oscurato e la circolazione delle informazioni è rigidamente controllata.
Tra la popolazione cresce una domanda che nessuno osa pronunciare ad alta voce: cosa farà davvero l’America? Trump evoca un cambio di leadership, ma allo stesso tempo sembra temere il collasso dello Stato iraniano.
Secondo fonti diplomatiche, Washington starebbe sondando contatti formali e informali per capire se esista davvero uno scenario post-Khamenei e che volto potrebbe avere una futura transizione politica.
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