di Carlo Longo

Donald Trump valuta nuovi dazi contro i Paesi che non sosterranno il piano Usa sulla Groenlandia. Cresce lo scontro diplomatico con Europa e Danimarca

trump daziLa politica estera americana inaugura una nuova stagione di diplomazia muscolare. Donald Trump ha annunciato l’intenzione di usare i dazi doganali come leva politica per costringere gli alleati a sostenere il piano statunitense sull’acquisizione della Groenlandia.

«Potrei imporre dazi perché abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale», ha dichiarato il presidente, ribadendo la propria visione secondo cui le tariffe commerciali sono uno strumento legittimo di pressione strategica. Trump, che ama definirsi The Tariff King, ha rivendicato di aver già utilizzato questa arma nei confronti di Paesi europei come Francia e Germania, minacciando imposte del 25% se non avessero aumentato la spesa per i farmaci da prescrizione americani.

Il braccio di ferro con la Corte Suprema

Nel suo intervento, Trump ha anche messo nel mirino la Corte Suprema, affermando che sarebbe «una vergogna» se i giudici non riconoscessero alla Casa Bianca il potere di imporre tariffe senza passare dal Congresso.

Una posizione che conferma la sua idea di presidenza forte e centralizzata, in cui la politica commerciale diventa uno strumento diretto di potere esecutivo.

Alleati sotto pressione: la linea Maga sulle relazioni internazionali

Le nuove minacce tariffarie segnano un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Washington e gli alleati storici. Secondo l’impostazione Maga, il mondo viene diviso tra chi dimostra “lealtà” e chi rischia sanzioni economiche.

In questo schema, le alleanze non sono più rapporti strategici stabili ma accordi revocabili, mentre la sovranità degli altri Paesi diventa un elemento negoziabile. Una visione che sta provocando crescenti tensioni soprattutto in Europa.

Lo scontro con la Danimarca sulla “acquisizione” della Groenlandia

Il nodo centrale resta la Groenlandia. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha parlato apertamente di «colloqui tecnici sull’acquisizione della Groenlandia» riferendosi agli incontri tra il vicepresidente JD Vance e i rappresentanti di Danimarca e Groenlandia.

L’uso del termine “acquisizione” ha irritato Copenaghen. Il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha reagito duramente: «Se gli Stati Uniti si presenteranno con questa mentalità, gli incontri saranno molto brevi».

Ma Leavitt ha rilanciato, sostenendo che l’eventuale presenza militare europea sull’isola — inclusi soldati tedeschi, francesi e svedesi — «non avrà alcun impatto sull’obiettivo di Trump».

Il Congresso frena il presidente

Mentre Trump alza i toni, il Congresso tenta di ricucire. Una delegazione bipartisan di deputati e senatori è arrivata a Copenaghen per una missione diplomatica volta a ribadire i due secoli di amicizia tra Stati Uniti e Danimarca.

Dal fronte repubblicano emergono segnali di disagio. Il deputato Don Bacon, esponente del Nebraska, ha parlato apertamente di malumore tra i parlamentari: «Molti repubblicani non apprezzano questa storia della Groenlandia e le minacce alla Nato. Se Trump andasse fino in fondo, potrebbe essere la fine della sua presidenza».

Bacon ha definito l’idea di acquisire l’isola una «assoluta buffonata» e ha avvertito che la questione rischia di aprire una frattura interna al Partito Repubblicano.

Un nuovo fronte di instabilità tra Usa ed Europa

La Groenlandia si conferma così uno dei dossier più delicati della nuova fase della politica estera americana. Tra pressioni commerciali, minacce tariffarie e tensioni diplomatiche, l’Artico diventa il simbolo di una strategia che rischia di mettere in crisi i rapporti tra Washington e i suoi alleati storici.

E mentre Trump insiste sulla via dei dazi come arma geopolitica, l’Europa osserva con crescente preoccupazione un alleato sempre più imprevedibile.

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