di Ennio Bassi

Mentre l’Iran dichiara di aver ripreso il controllo interno dopo le proteste, gli Stati Uniti preparano una possibile risposta militare. Ambasciate chiuse, voli deviati e diplomazia in allerta segnano un’escalation che potrebbe infiammare tutto il Medio Oriente

L’Iran ha ripreso il controllo della situazione interna, almeno secondo le parole del suo ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che in un’intervista alla rete americana Fox News ha rassicurato sul ritorno alla calma dopo settimane di proteste e disordini: «Dopo tre giorni di attività terroristiche, ora tutto è sotto controllo», ha dichiarato, sottolineando che le autorità hanno ristabilito la stabilità nel Paese.

Tuttavia, le parole di Araghchi cozzano con un clima internazionale sempre più carico di tensione. Gli Stati Uniti stanno predisponendo misure preventive che fanno pensare a un attacco imminente. Il sito FlightRadar24 ha confermato che l’Iran ha diramato un Notam — un avviso ai piloti — in cui viene chiusa buona parte dello spazio aereo, permettendo solo voli internazionali autorizzati.

Washington ha già iniziato il ritiro parziale del personale dalla base di Al-Udeid in Qatar, una delle più strategiche nella regione, seguita da decisioni simili da parte del Regno Unito. Il movimento di truppe e personale avviene in risposta alle minacce del regime iraniano di colpire le forze americane in caso di attacco diretto.

Secondo fonti diplomatiche raccolte da Reuters, un’azione militare statunitense è sempre più probabile e potrebbe essere lanciata entro pochi giorni. Due funzionari europei parlano apertamente della possibilità di un attacco prima di giovedì. Le minacce verbali del presidente Donald Trump negli ultimi giorni sembrano ora concretizzarsi in piani operativi.

Trump aveva promesso «azioni molto forti» nel caso Teheran avesse eseguito condanne a morte contro i manifestanti arrestati durante le rivolte. Successivamente ha precisato che, da quanto gli risulta, le esecuzioni sarebbero state sospese: «Se queste informazioni non fossero vere, sarei molto deluso», ha dichiarato in un’intervista, lasciando però intendere che l’azione militare è ancora sul tavolo.

Il presidente ha anche minimizzato le possibili ritorsioni da parte di Teheran: «L’Iran aveva minacciato anche l’ultima volta che li abbiamo colpiti, quando disponevano ancora della capacità nucleare. Ora non ce l’hanno più. Faranno meglio a comportarsi bene».

In parallelo, l’amministrazione americana sta valutando diverse opzioni operative. Martedì si è tenuto un lungo briefing del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a cui Trump ha partecipato personalmente al ritorno da un viaggio in Michigan. Tra le ipotesi in discussione figurano attacchi mirati contro strutture dei servizi di sicurezza iraniani, cyber-attacchi contro le reti di comunicazione dei Pasdaran e persino operazioni psicologiche per destabilizzare l’apparato repressivo.

Al momento, non è previsto alcun intervento con truppe di terra, e il Pentagono punta su operazioni rapide e contenute, escludendo una guerra su larga scala. Tuttavia, l’assenza di portaerei statunitensi nella regione e la riluttanza dei Paesi arabi a concedere l’uso delle loro basi limita le opzioni militari. L’eventuale offensiva dovrebbe quindi avvenire con bombardieri a lungo raggio partiti dagli Stati Uniti o con missili cruise lanciati da unità navali già presenti nell’area.

Nel frattempo, Londra ha deciso di chiudere temporaneamente l’ambasciata britannica a Teheran. «La sede diplomatica opererà da remoto», ha comunicato un portavoce del governo, mentre il ministero degli Esteri ha aggiornato le indicazioni di viaggio verso l’Iran, sconsigliando spostamenti non essenziali.

Anche il traffico aereo commerciale sta subendo le prime conseguenze. Il gruppo Lufthansa, che comprende diverse compagnie europee come Swiss, Austrian Airlines, Brussels Airlines e ITA Airways, ha annunciato che eviterà lo spazio aereo iraniano e iracheno fino a nuovo ordine, a causa del deterioramento della sicurezza nell’area mediorientale.

Nel frattempo, Arabia Saudita, Qatar e Oman — alleati storici degli Stati Uniti — si stanno muovendo silenziosamente per disinnescare la crisi. Secondo fonti della CNN, sono in corso sforzi diplomatici per convincere Washington a evitare un’escalation che avrebbe ricadute economiche e strategiche su tutto il Golfo. «Un conflitto avrebbe conseguenze devastanti per la regione», ha dichiarato un diplomatico coinvolto nelle trattative.

Trump, tuttavia, potrebbe non voler arretrare dopo le minacce pubbliche lanciate nei giorni scorsi. Secondo fonti vicine alla Casa Bianca, il presidente si sentirebbe vincolato a intervenire per non replicare l’errore, da lui sempre criticato, dell’ex presidente Barack Obama, che nel 2013 non reagì all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano.

«Il presidente ha tracciato una linea rossa e ora ritiene necessario agire», ha spiegato una fonte alla CNN, lasciando intendere che l’attacco, sebbene ancora non deciso, sembra ormai un passaggio inevitabile.

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