di Redazione

A rappresentare il Paese sarà Belu-Simion Făinaru, artista israeliano di origine romena, con l’opera The Rose of Nothingness, esposta nello spazio dell’Arsenale e non più nel padiglione nazionale ai Giardini, chiuso nel 2024 in segno di protesta per la guerra a Gaza

Dopo un lungo periodo di incertezza e accese contestazioni, Israele parteciperà ufficialmente alla Biennale d’Arte di Venezia del 2026, scegliendo come proprio rappresentante l’artista Belu-Simion Făinaru, nato a Bucarest nel 1959 e trasferitosi in Israele nel 1973, dove ha successivamente acquisito la doppia cittadinanza.

Il suo nome è ben noto nel panorama artistico internazionale: nel 2019 aveva già preso parte alla Biennale veneziana, ma allora lo fece nel Padiglione Romania, con un progetto curato da Cristian Nae incentrato sulla diaspora rumena. Questa volta, invece, sarà la voce ufficiale di Israele, con un’opera dal forte contenuto simbolico: The Rose of Nothingness.

L’annuncio è arrivato non da canali istituzionali, ma dal profilo Instagram di ANGA (Art Not Genocide Alliance), un collettivo internazionale di artisti e operatori culturali impegnati a contestare la presenza dello Stato di Israele alle manifestazioni artistiche globali. Nel post si legge che Făinaru si è detto “felice di rappresentare il proprio Paese in tempi così difficili”, facendo riferimento al conflitto in corso con la Palestina e al clima di isolamento che colpisce molti artisti israeliani.

Făinaru non è nuovo alle polemiche sul boicottaggio culturale. Nel 2023, durante un’intervista alla Biennale dell’Avana, aveva espresso la sua posizione netta: “L’arte dovrebbe essere un ponte, non un’arma politica. Non può diventare un mezzo per negare l’identità di un popolo”, aveva dichiarato, denunciando le difficoltà che curatori e artisti israeliani affrontano a livello internazionale dall’inizio della guerra con Gaza.

La partecipazione israeliana, in questa edizione, avverrà fuori dallo storico Padiglione ai Giardini, chiuso nel 2024 dall’artista Ruth Patir proprio in segno di protesta per la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. Israele esporrà invece all’interno dello spazio dell’Arsenale, scelta che riflette la volontà di prendere parte alla Biennale pur mantenendo una certa distanza simbolica rispetto alla sede ufficiale.

L’opera selezionata, The Rose of Nothingness, è stata concepita nel 2015 e trae ispirazione dalle poesie di Paul Celan, autore ebreo sopravvissuto alla Shoah. Si tratta di una installazione minimale e meditativa: uno specchio d’acqua nera su cui cadono a intervalli regolari gocce d’acqua, creando cerchi concentrici e suggestivi riflessi. L’opera esplora concetti legati al misticismo ebraico, alla memoria, al vuoto e alla trascendenza, invitando lo spettatore a una riflessione intima e sospesa.

The Rose of Nothingness è stata già esposta al MAK – Museum of Applied Arts di Vienna e successivamente alla fiera Art Basel nel 2019, dove è stata apprezzata per la sua capacità di unire spiritualità e linguaggio concettuale. Nel corso della sua carriera, Făinaru ha affiancato la produzione artistica all’attività curatoriale, fondando nel 2010 la Biennale del Mediterraneo insieme ad Avital Bar-Shay.

Nel 2025 ha ricevuto l’Israel Prize, il più importante riconoscimento culturale del Paese, consegnato dal ministro dell’Istruzione Yoav Kisch per l’originalità e il valore del suo lavoro artistico.

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