di Redazione

Durante una manifestazione, una donna è stata arrestata con modalità violente. Intanto sei procuratori si dimettono in polemica con il Dipartimento di Giustizia, accusato di voler indagare sulla vedova della vittima

Le tensioni a Minneapolis non accennano a diminuire, a sette giorni dalla tragica morte di Renee Good, la donna di 37 anni uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) con tre colpi di pistola al volto. La città del Minnesota è al centro di un’ondata di proteste, mentre la gestione del caso da parte delle autorità federali alimenta ulteriori polemiche.

Nel corso di una manifestazione tenutasi nelle scorse ore, agenti dell’ICE hanno fermato un veicolo con alla guida una donna, trascinandola fuori con violenza mentre lei cercava di sottrarsi alla presa. La scena, ripresa da diversi presenti, mostra la donna portata via ammanettata, tra le urla di altri manifestanti che tentavano di opporsi all’intervento. Le immagini hanno rapidamente fatto il giro dei social, accendendo ulteriori critiche sul comportamento delle forze dell’ordine.

Nel frattempo, si allarga la frattura tra il Dipartimento di Giustizia e il sistema giudiziario locale. Secondo quanto riportato dal New York Times, sei procuratori federali del Minnesota si sono dimessi, denunciando pressioni da parte di Washington per indagare sulla vedova di Renee Good, Becca, piuttosto che sull’agente che ha premuto il grilletto, identificato come Jonathan Ross.

I procuratori avrebbero lasciato il loro incarico anche in segno di protesta contro il rifiuto del Dipartimento di coinvolgere le autorità statali nelle indagini. Nonostante le richieste pubbliche di chiarimenti sull’uso della forza, il governo federale ha deciso di non avviare un’inchiesta sull’operato dell’agente Ross. Ha invece optato per un’indagine sui presunti collegamenti tra la vittima, sua moglie e gruppi attivisti che nelle ultime settimane hanno partecipato a manifestazioni contro l’ICE.

Una scelta che molti analisti leggono come un tentativo di deviare l’attenzione dal caso di abuso, suscitando preoccupazioni anche tra le fila democratiche del Congresso e tra le organizzazioni per i diritti civili, che parlano di un “preoccupante capovolgimento delle priorità investigative”.

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