di Francesco M. Talò

meloni


In un mondo sempre più instabile, Roma e Tokyo superano il ruolo di semplici consumatori di difesa e si affermano come attori responsabili della sicurezza tra Indo-Pacifico, Mediterraneo ed Euro-Atlantico. Il confronto sul Japan Times

di Francesco Talò

La Presidente del Consiglio italiana si appresta a compiere una visita di grande rilievo in Giappone. Giorgia Meloni e Sanae Takaichi possono diventare le leader capaci di approfondire ulteriormente il partenariato tra Giappone e Italia, a beneficio non solo dei rispettivi Paesi, ma anche della sicurezza e della prosperità dei loro partner a livello globale.

In una fase storica in cui le turbolenze si estendono a tutte le regioni del mondo e il cambio di leadership a Washington sta ridefinendo gli equilibri internazionali, Giappone ed Europa sono chiamati ad assumersi pienamente le proprie responsabilità. Delegare la propria sicurezza ad altri non è più un’opzione sostenibile. Italia e Giappone dispongono oggi delle capacità – e del dovere – di diventare produttori di sicurezza, e non più soltanto consumatori.

Ho avuto il piacere di confrontarmi su questi temi con Maria Mezzetti, contribuendo con alcune riflessioni al suo articolo per The Japan Times.

Per lungo tempo, Italia e Giappone sono stati frenati da leadership instabili, più orientate alla gestione dell’esistente che alla definizione di una visione strategica. Questo schema, oggi, sta cambiando.

Takaichi e Meloni incarnano uno stile di leadership trasformativo e possiedono la capacità di mobilitare il consenso pubblico. Un cambiamento decisivo, perché ci troviamo ad affrontare una fase storica complessa, in cui le sfide alla sicurezza sono profondamente interconnesse: dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Indo-Pacifico.

Italia e Giappone stanno progressivamente passando da una posizione di dipendenza a una di maggiore responsabilità, da consumatori a produttori di sicurezza, pur mantenendo in modo realistico e solido i legami con gli Stati Uniti.

La sicurezza, inoltre, non è solo militare, ma anche economica e marittima. Per due economie fortemente orientate all’export, la libertà di navigazione rappresenta un interesse vitale.

In questo contesto assume particolare rilievo il legame tra il concetto di Indo-Pacifico Libero e Aperto (FOIP) – elaborato per la prima volta dall’ex Primo Ministro Shinzo Abe e oggi portato avanti da Sanae Takaichi – e la nascente visione italiana dell’Indo-Mediterraneo. Insieme, queste due prospettive delineano una catena strategica che connette l’Indo-Pacifico, un Mediterraneo sempre più globale e lo spazio euro-atlantico. Il corridoio economico India–Medio Oriente–Europa (IMEC) può rappresentare uno strumento chiave all’interno di questo quadro.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a tempi recenti, entrambi i Paesi hanno in larga parte delegato la propria difesa agli Stati Uniti: il Giappone affidandosi all’ombrello americano per bilanciare la Cina, l’Italia come membro fondatore della NATO e alleato strategico di Washington. Quell’era è ormai conclusa.

In questo scenario, l’incontro tra la Primo Ministro Takaichi e la Presidente Meloni, previsto durante la visita ufficiale italiana in Giappone, non rappresenta solo una celebrazione simbolica dei 160 anni di relazioni diplomatiche, ma un passaggio strategico per rafforzare la cooperazione bilaterale e aumentare l’autonomia in materia di sicurezza.

Senza mettere in discussione l’alleanza con Washington, Tokyo e Roma stanno scoprendo un’esigenza comune: non limitarsi ad acquistare sistemi di difesa, ma coprodurli, co-progettarli e co-governarli. Il Global Combat Air Programme (GCAP) – sviluppato congiuntamente da Giappone, Italia e Regno Unito per la realizzazione di un caccia di sesta generazione – è il simbolo più evidente di questa trasformazione.

Il GCAP, tuttavia, non dovrebbe essere considerato un’eccezione isolata. Inteso come hub capace di integrare sistemi senza pilota, resilienza cyber, capacità spaziali e infrastrutture di supporto, esso indica una trasformazione più profonda dei rapporti di difesa tra Giappone e Italia: da fruitori passivi di sicurezza a pilastri attivi di una sicurezza transregionale.

Entrambi i Paesi affrontano vincoli strutturali che rendono questa evoluzione necessaria. Il Giappone, nonostante aumenti storici della spesa militare, resta limitato da vincoli politici e industriali. L’Italia, pur disponendo di una base industriale della difesa altamente sofisticata, deve conciliare le proprie ambizioni nazionali con la frammentazione europea e le pressioni fiscali. Agendo da soli rischiano l’irrilevanza; agendo insieme acquisiscono peso strategico.

Questo obiettivo appare tutt’altro che irraggiungibile. Già nel loro primo incontro, avvenuto a novembre a margine del G20 di Johannesburg, tra le due leader è emersa una sintonia immediata. Come ha scritto Japan Times, “in un mare di uomini in abito scuro, il momento di intesa tra due leader popolari ha catturato l’attenzione”. Un entusiasmo che, come spesso accade nella storia delle relazioni internazionali – si pensi a Reagan e Thatcher o ad Abe e Trump – può tradursi in legami più forti tra Paesi.

Stanno infatti emergendo leader capaci di visione e di mobilitare il consenso – Takaichi e Meloni in primis – e questo è decisivo perché, come ho detto al Japan Times “ci troviamo in una fase in cui le sfide alla sicurezza sono profondamente interconnesse, dall’Ucraina al Medio Oriente fino all’Indo-Pacifico”.

La cooperazione industriale nella difesa offre numerosi vantaggi. Rafforza l’autonomia strategica senza indebolire le alleanze, riorienta gli incentivi delle industrie nazionali verso programmi di lungo periodo e invia un segnale politico chiaro: le potenze medie possono contribuire in modo concreto alla sicurezza globale senza dover scegliere tra alleanza e autonomia. Non si tratta di militarizzazione, ma di deterrenza intelligente. La sicurezza oggi non si compra più: si costruisce attraverso collaborazione, visione e responsabilità condivisa. Giappone e Italia hanno già compiuto il primo passo.

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