di Redazione

Ad Aleppo i curdi cedono ai governativi, mentre gli Stati Uniti intensificano i raid contro presunte basi dello Stato Islamico. Colpiti 35 obiettivi e arresti tra i combattenti

In Siria, la tregua sembra un’illusione fragile: mentre ad Aleppo i curdi delle Forze democratiche siriane (Sdf) cedono il controllo di alcuni quartieri ai governativi di Ahmad Sharaa,  gli Stati Uniti conducono raid su larga scala contro lo Stato Islamico, colpendo 35 obiettivi nel fine settimana con il supporto della Giordania. È un doppio fronte di tensione, che mette in luce la complessità di una guerra che non conosce pause: da un lato la resa dei curdi segna una temporanea vittoria del governo, dall’altro la presenza persistente dell’Isis mantiene alta l’allerta internazionale.

Gli attacchi aerei americani, parte della strategia di “impegno continuo a sradicare il terrorismo islamico”, seguono una lunga serie di operazioni volte a colpire le cellule jihadiste rimaste attive nonostante la sconfitta territoriale del gruppo nel 2019. Washington, con toni durissimi che ricordano le dichiarazioni del presidente Donald Trump, ribadisce che chiunque minacci i suoi militari “verrà trovato e colpito ovunque nel mondo”. Una deterrenza che mira a rassicurare gli alleati, ma che al tempo stesso riporta l’ombra dell’Isis al centro della scena mediorientale, tra raid europei e operazioni statunitensi.

Ad Aleppo, la resa dei curdi non è solo una questione militare: oltre 400 combattenti Sdf sono stati evacuati dal quartiere Sheikh Maqsud, l’ultimo bastione della resistenza urbana, mentre circa 300 loro compagni sono stati arrestati. Gli scontri dei giorni scorsi hanno provocato almeno 105 morti tra civili e miliziani, e più di 150.000 cittadini erano stati costretti a lasciare le proprie case. In alcune zone è già iniziato un lento ritorno degli sfollati, ma le ferite della città restano profonde e la pace, al momento, appare fragile.

Il quadro che emerge è quello di un Paese diviso e in equilibrio precario: da una parte la pressione delle forze governative sostenute dalla diplomazia internazionale, dall’altra le minacce jihadiste e le tensioni con attori esterni, tra Stati Uniti e alleati regionali. Dalle regioni nord-orientali, dove le Sdf si sono ritirate, si levano già voci di vendetta e slogan contro Sharaa e la sua alleanza con Ankara, segnale che la situazione resta instabile e pronta a esplodere nuovamente.

In questo contesto, Aleppo diventa simbolo di una Siria che non riesce a voltare pagina: la resa, i raid, gli arresti e le minacce di ritorsione si intrecciano in un mosaico di violenza, potere e rivendicazioni, mostrando come la guerra civile, a sette anni dalla sua nascita, continui a definire il destino di città e comunità intere. Ogni attacco, ogni evacuazione e ogni dichiarazione ufficiale diventa così un tassello di un conflitto che non concede tregua, dove la sicurezza globale e le strategie militari internazionali si incontrano, spesso al prezzo di vite civili e tensioni politiche difficili da ricomporre.

 

 

 

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