di Redazione

La decisione rappresenta un passaggio cruciale per l’autonomia normativa delle Regioni in assenza di una legge nazionale

La Corte Costituzionale ha sancito la legittimità della legge della Regione Toscana che disciplina il suicidio assistito, stabilendo che – pur in assenza di una normativa nazionale – le Regioni possono intervenire per regolare la materia, entro precisi confini costituzionali. Allo stesso tempo, la Consulta ha dichiarato incostituzionali alcune parti del testo, che dovranno essere riviste per garantirne la piena validità.

Il pronunciamento rappresenta un punto di svolta nel dibattito politico e giuridico su una questione particolarmente delicata, poiché contraddice l’impostazione del governo centrale, che aveva impugnato la legge toscana sostenendo che tale competenza spettasse esclusivamente allo Stato.

La legge regionale, entrata in vigore l’11 febbraio scorso, è stata pensata per colmare il vuoto normativo lasciato dal Parlamento dopo la storica sentenza della Corte del 2019 che ha reso legale, in determinate condizioni, il suicidio medicalmente assistito in Italia. La Toscana è stata la prima regione a dotarsi di una legge in materia, seguita a settembre dalla Sardegna.

Nel dettaglio, la Corte ha contestato alcune disposizioni della normativa toscana. In particolare, l’articolo 2 è stato giudicato incostituzionale perché definisce i criteri di accesso al suicidio assistito facendo riferimento diretto a precedenti sentenze costituzionali: un compito che, secondo i giudici, spetta unicamente allo Stato. Altri articoli – in particolare i numeri 5 e 6 – sono stati criticati per l’imposizione di tempistiche troppo rigide nella valutazione dei requisiti, che a giudizio della Corte rischiano di comprimere il diritto del paziente a essere informato e seguito in modo adeguato.

Secondo l’associazione Luca Coscioni, per voce di Filomena Gallo e Marco Cappato, le osservazioni della Consulta hanno natura tecnica e non minano i principi fondamentali della legge: «Non viene messo in discussione né l’obbligo del Servizio sanitario nazionale di rispondere alle richieste, né l’esigenza di farlo in tempi compatibili con la dignità e la salute dei pazienti».

Pur evidenziando i limiti della legge, la Corte ha riconosciuto che la Regione aveva titolo per legiferare sulla materia, vista la competenza regionale in ambito sanitario. Questo passaggio contrasta con la posizione del governo, che a maggio aveva impugnato la legge toscana sollevando un conflitto di attribuzioni. La sentenza della Consulta potrebbe ora rappresentare un precedente anche per la legge analoga approvata in Sardegna e per eventuali iniziative future da parte di altre Regioni.

Attualmente, il suicidio assistito in Italia è ammesso sulla base della sentenza n. 242 del 2019, che ha stabilito la non punibilità in determinati casi. Tuttavia, il Parlamento non è mai riuscito ad approvare una legge organica per regolamentare la procedura. In questo scenario, alcune Regioni hanno deciso di intervenire, invocando il proprio ruolo nella gestione della sanità pubblica. Una scelta che ha alimentato tensioni con il governo nazionale, composto da partiti di destra e centrodestra da sempre contrari a ogni forma di legalizzazione della “morte medicalmente assistita”.

Nel frattempo, la legge toscana è rimasta in vigore, consentendo l’accesso al suicidio assistito ad almeno tre persone. Due casi sono già stati eseguiti: un uomo di 64 anni a giugno e uno di 40 anni a settembre. Un terzo caso riguarda una donna tetraplegica, indicata con lo pseudonimo “Libera”, a cui il tribunale di Firenze ha autorizzato l’accesso alla procedura nonostante l’impossibilità fisica di autosomministrarsi il farmaco.

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