di Emilia Morelli
Il premier israeliano Netanyahu incontra Trump in Florida per un faccia a faccia definito “summit d’emergenza”. Sul tavolo Fase 2 a Gaza, stabilizzazione internazionale, Libano, Iran e la campagna elettorale israeliana
Dopo il colloquio con Volodymyr Zelensky, a Mar-a-Lago è il giorno di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è volato in Florida per incontrare Donald Trump, che continua a definire “il migliore amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca”. Ma la relazione personale tra i due leader, descritta spesso come solidissima, viene ora rimessa alla prova da una serie di dossier urgenti e da un confronto che Netanyahu avrebbe voluto in tempi rapidi, tanto da essere interpretato da alcuni osservatori come un appuntamento straordinario.
Un viaggio insolito e un clima più freddo a Washington
L’arrivo del premier negli Stati Uniti è avvenuto con modalità fuori dall’ordinario: niente giornalisti al seguito e nessuna delle tradizionali dichiarazioni alla partenza. Sullo sfondo pesano indiscrezioni secondo cui Netanyahu avrebbe perso l’appoggio di ampie fasce dell’amministrazione americana e dei principali interlocutori politici, restando legato soprattutto alla sponda diretta del presidente.
Questa cornice rende l’incontro più delicato: Trump, pur mantenendo il canale privilegiato, avrebbe chiesto segnali concreti, soprattutto sul dossier di Gaza e sul passaggio alla cosiddetta “Fase 2”.
Gaza e la Fase 2: tra condizioni israeliane e tabella di marcia americana
Il nodo centrale resta la prosecuzione del percorso negoziale sulla Striscia. Trump punta a mostrare avanzamenti immediati e avrebbe in mente un annuncio a inizio gennaio, legato al dispiegamento di una forza di stabilizzazione internazionale e all’avvio di un nuovo assetto politico-amministrativo, con l’idea di dare una cornice più ampia al piano.
Netanyahu, però, tiene una linea condizionata: le aperture sulla Fase 2 sarebbero subordinate a due punti ritenuti non negoziabili, il ritorno del corpo dell’ultimo ostaggio e il disarmo di Hamas. Fino ad allora, il premier non sarebbe disposto a un ritiro completo delle truppe, elemento che rischia di scontrarsi con l’esigenza americana di evitare rinvii continui.
Cosa potrebbe chiedere Netanyahu in cambio
Proprio perché Trump vuole risultati e Netanyahu deve gestire gli equilibri interni della sua maggioranza, diversi analisti ipotizzano che il premier sia arrivato in Florida con l’obiettivo di ottenere qualcosa da spendere politicamente in patria. Un “contropeso” utile a contenere le pressioni dell’ala più dura del suo governo, nel momento in cui potrebbe essere costretto a concedere passi avanti sul dossier di Gaza.
In questo quadro entrano in gioco le partite regionali, dove la postura più aggressiva di Netanyahu si incrocia con la ricerca americana di stabilità e con l’obiettivo di ridurre l’esposizione diretta di Washington.
Libano, Siria e Iran: la linea del falco e il bisogno di stabilità
Sul fronte libanese, Israele torna a minacciare una ripresa dell’offensiva se Beirut non rispetterà la scadenza di fine anno indicata per il disarmo di Hezbollah. Dall’altra parte, Hezbollah avrebbe escluso di deporre le armi finché continueranno i raid nel sud del Paese, alimentando un braccio di ferro che rischia di riaccendersi.
Il capitolo iraniano è altrettanto esplosivo. Netanyahu teme un’accelerazione nella produzione missilistica e, secondo indiscrezioni, vorrebbe discutere con Trump anche le opzioni militari contro il regime degli ayatollah. In parallelo, il premier ha alimentato la narrazione di un asse con il presidente statunitense anche sul piano comunicativo, con contenuti social ad alto impatto.
Il viaggio come trampolino per la campagna elettorale
Oltre ai dossier internazionali, la missione americana ha un risvolto politico interno evidente. Netanyahu guarda alle elezioni di ottobre e punta a rilanciare la propria immagine con la foto più potente: quella accanto a Trump. Il presidente, che in passato ha invocato pubblicamente clemenza per “Bibi”, in Israele mantiene un seguito molto ampio e la sua vicinanza può trasformarsi in un vantaggio elettorale.
L’obiettivo del premier sarebbe anche quello di invitare Trump in Israele, per consolidare consenso e recuperare terreno nei sondaggi, dove la sua coalizione non avrebbe certezze di maggioranza.
Ombre e vulnerabilità: lo spettro del Qatargate e gli hacker
La campagna, però, si annuncia accidentata. Nelle ultime ore un gruppo di hacker iraniani avrebbe rivendicato un’infiltrazione nel telefono del capo dello staff di Netanyahu, Tzachi Braverman, promettendo la diffusione di materiali che collegherebbero la vicenda al Qatargate. Un’ombra che continua a inseguire il premier e che può intrecciarsi con la pressione politica e giudiziaria già presente in patria.
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L’articolo Netanyahu da Trump a Mar-a-Lago: vertice “d’emergenza” tra Gaza, Iran e tensioni con Washington proviene da Associated Medias.

