di Carlo Longo
Sindacati, imprese e base laburista spingono Keir Starmer verso l’Unione doganale UE. Ma il premier teme le conseguenze politiche e lo scontro con i sostenitori della Brexit
Nel Regno Unito si intensifica il dibattito sul futuro dei rapporti con l’Unione europea. Paul Nowak, segretario generale del Trade Union Congress (TUC), la più grande confederazione sindacale britannica, ha rivolto un appello diretto al primo ministro Keir Starmer affinché non escluda l’adesione del Paese all’Unione doganale europea.
Secondo Nowak, una relazione più stretta con Bruxelles rappresenta una condizione indispensabile per rilanciare la crescita economica britannica. Il TUC, che riunisce 48 federazioni e rappresenta circa 5,5 milioni di lavoratori, ritiene che l’attuale assetto post-Brexit stia penalizzando imprese e occupazione.
Consenso crescente nel mondo economico e politico
La posizione dei sindacati è condivisa anche dalla principale organizzazione imprenditoriale del Paese, la Confindustria britannica, che ha recentemente invitato il governo a valutare seriamente l’ingresso nell’Unione doganale europea. Secondo diversi sondaggi, oltre il 75% degli elettori laburisti sarebbe favorevole a questa opzione.
Anche all’interno dell’esecutivo emergono segnali di apertura. Il vicepremier David Lammy e il ministro della Sanità Wes Streeting — indicato da alcuni osservatori come possibile successore di Starmer — si sono espressi pubblicamente a favore di un riavvicinamento strutturale con l’Unione europea.
Cos’è l’Unione doganale europea
L’Unione doganale comprende tutti i Paesi membri dell’UE e alcuni Stati associati, come Monaco, Andorra, San Marino e la Turchia. I Paesi che ne fanno parte eliminano dazi e barriere tariffarie reciproche, facilitando gli scambi commerciali e riducendo i costi per imprese e consumatori.
Per il Regno Unito, tornare a farne parte significherebbe semplificare in modo significativo i rapporti economici con il mercato europeo, che rappresenta quasi la metà dell’import-export britannico.
Le resistenze di Starmer e il peso della Brexit
Nonostante le pressioni, Keir Starmer continua a escludere ufficialmente un ritorno nell’Unione doganale. Le motivazioni sono soprattutto politiche. Da un lato, l’adesione potrebbe mettere a rischio accordi commerciali già siglati con Paesi extraeuropei come Stati Uniti e India. Dall’altro, il premier teme l’attacco delle forze populiste e conservatrici, in particolare del partito Reform guidato da Nigel Farage, oggi in forte crescita nei sondaggi.
Per molti elettori euroscettici, un simile passo equivarrebbe a tradire l’esito del referendum del 2016, che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea con il 52% dei voti.
Un dilemma politico ed economico
Starmer, europeista per formazione e convinzione, si trova quindi stretto tra due rischi opposti: perdere consenso mantenendo una linea rigida sulla Brexit oppure subire accuse di tradimento politico riaprendo la porta a Bruxelles.
Secondo numerosi analisti, però, senza una revisione dei rapporti con l’Unione europea l’economia britannica continuerà a subire danni strutturali. Una scelta che potrebbe avere conseguenze politiche pesanti, soprattutto in vista delle prossime elezioni amministrative e di un possibile futuro cambio di leadership a Downing Street.
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