di Velia Iacovino
Gli attacchi americani contro presunte formazioni islamiste i semplificano una crisi complessa, colpiscono la sovranità di Abuja e mettono in discussione il principio di non ingerenza internazionale

Donald Trump ha scelto di raccontare i raid statunitensi in Nigeria come una risposta morale al “massacro dei cristiani”, ma dietro la retorica muscolare e confessionale si intravede un’operazione che solleva dubbi profondi: sulla reale comprensione del conflitto nigeriano, sulle finalità politiche dell’intervento e sul rispetto di uno dei cardini dell’ordine internazionale, il principio di non ingerenza e di sovranità degli Stati.
L’annuncio dell’attacco, affidato ai social e scandito da toni da crociata, parla più alla base elettorale americana che alla comunità internazionale. Trump insiste su una lettura binaria — carnefici islamisti, vittime cristiane — che semplifica fino a deformare una realtà infinitamente più complessa. In Nigeria non è in corso una guerra di religione in senso stretto, ma una crisi di sicurezza multiforme, alimentata da insurrezioni jihadiste, banditismo armato, competizione per terre e risorse, fragilità istituzionale.
I fatti, del resto, smentiscono la narrazione selettiva. Pochi giorni fa, a Maiduguri, nel nord-est del Paese, una bomba è esplosa all’interno di una moschea durante la preghiera serale, uccidendo cinque fedeli e ferendone almeno 35. La polizia dello Stato di Borno parla di un probabile attentato suicida. Nessuna rivendicazione, ma un dato inequivocabile: in Nigeria si muore anche pregando in moschea. Il terrorismo non distingue tra cristiani e musulmani, colpisce civili, simboli religiosi, villaggi e città con la stessa ferocia.
Ed è proprio questa complessità che rende discutibile l’intervento statunitense. Trasformare una crisi africana in una battaglia morale a uso interno significa non solo travisare le cause della violenza, ma anche legittimare un’azione militare che incide sulla sovranità di uno Stato terzo. Il principio di non ingerenza, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, non è un residuo del passato: è una garanzia contro l’arbitrio delle potenze e contro l’idea che la forza possa sostituirsi al diritto.
Anche per questo il governo nigeriano, pur riconoscendo la cooperazione militare con Washington, ha evitato di avallare la lettura confessionale dell’operazione. Abuja continua a ribadire che il terrorismo è una minaccia nazionale e trasversale, e che la risposta non può essere ridotta a raid dimostrativi, ma deve passare dal rafforzamento dello Stato, delle istituzioni e della sicurezza interna.
La contraddizione politica di Trump è evidente. L’uomo che prometteva di chiudere la stagione delle “guerre senza fine” torna a colpire all’estero, ammantando l’uso della forza di una retorica religiosa che rischia di aggravare le tensioni anziché risolverle. Un intervento che appare più funzionale al consenso interno che a una strategia credibile di stabilizzazione regionale.
La Nigeria non ha bisogno di crociate mediatiche né di narrazioni manichee. Ha bisogno di cooperazione internazionale rispettosa del diritto, di sostegno allo sviluppo e di risposte che affrontino le radici profonde della violenza. Ogni altra strada — soprattutto se imboccata in nome di una fede contrapposta a un’altra — finisce per indebolire l’ordine internazionale e lasciare sul terreno, ancora una volta, solo nuove vittime.
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