di Mario Tosetti

Proteste e boicottaggi al Kennedy Center dopo la decisione di rinominarlo “Trump-Kennedy Center”. Annullato il concerto jazz della vigilia, cresce lo scontro politico

concerto nataleIl tradizionale concerto jazz della vigilia di Natale al Kennedy Center di Washington è stato annullato dopo le proteste legate alla decisione di modificare il nome dello storico centro culturale. A comunicarlo è stato il musicista Chuck Redd, da anni volto simbolo dell’evento, che ha spiegato di aver preso la decisione dopo aver visto comparire il nome di Donald Trump sia sul sito ufficiale sia sulla facciata dell’edificio.

Secondo Redd, il cambiamento rappresenta una rottura inaccettabile con la storia e lo spirito dell’istituzione: «Quando ho visto il nuovo nome, ho deciso di cancellare il concerto», ha dichiarato.

Le proteste degli artisti e il boicottaggio

Il caso non è isolato. Da mesi, diversi artisti avevano già rinunciato a esibirsi al Kennedy Center in segno di protesta contro la scelta di rinominare lo spazio culturale. Tra loro figurano personalità come Issa Rae, Peter Wolf e Lin-Manuel Miranda.

Il 18 dicembre, sotto la spinta diretta della Casa Bianca, il consiglio di amministrazione ha approvato ufficialmente il cambio di nome, aggiungendo quello del presidente Donald Trump a quello di John F. Kennedy sulla facciata dell’edificio.

La posizione della Casa Bianca

Secondo la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, la decisione sarebbe stata presa “all’unanimità” dal board e rappresenterebbe un riconoscimento per il lavoro svolto dal presidente nel rilanciare l’istituzione, sia sul piano economico sia su quello dell’immagine. La Casa Bianca sostiene che il centro fosse in crisi e che l’intervento di Trump ne abbia garantito la sopravvivenza.

Le accuse dei democratici: “Decisione illegale”

Di tutt’altro avviso l’opposizione democratica. Secondo diversi esponenti del partito, il consiglio di amministrazione non avrebbe alcuna autorità per modificare il nome ufficiale del centro, stabilito per legge come John F. Kennedy Center for the Performing Arts.

Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha dichiarato che un simile cambiamento richiederebbe un voto del Congresso, definendo l’operazione “illegittima” e politicamente motivata.

Un’istituzione spaccata

Da quando Trump ha impresso la propria impronta sul Kennedy Center, l’istituzione ha vissuto una fase turbolenta. Secondo diverse fonti, le vendite dei biglietti sono diminuite sensibilmente e numerosi artisti hanno scelto di boicottare la programmazione in segno di protesta. Tra le novità più contestate figura anche l’introduzione dell’obbligo di esecuzione dell’inno nazionale prima di ogni spettacolo.

Non è la prima volta che Trump entra in conflitto con il Kennedy Center: già durante il suo primo mandato aveva criticato apertamente l’istituzione, arrivando a disertarne gli eventi. Nel secondo mandato, però, è riuscito a esercitare un controllo diretto, come già avvenuto per altre realtà culturali e istituzionali di Washington, tra cui l’ex Institute of Peace, ribattezzato dal Dipartimento di Stato in Donald J. Trump Institute of Peace.

Una frattura culturale e politica

La vicenda del Kennedy Center va oltre una semplice disputa sul nome. È diventata il simbolo di una frattura più ampia tra mondo culturale e potere politico negli Stati Uniti, con artisti, intellettuali e istituzioni sempre più divisi sul ruolo della cultura, della libertà d’espressione e dell’influenza presidenziale.

Il caso è destinato a far discutere ancora, soprattutto se il Congresso dovesse essere chiamato a intervenire formalmente sulla legittimità del cambio di denominazione.

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