di Aisha Harrison

Per Giorgia Meloni è una vittoria politica. La premier parla di “buonsenso” e di una soluzione “solida dal punto di vista giuridico e finanziario”,
L’intesa arriva quando la notte è già fonda, alle tre del mattino, dopo uno dei vertici più tesi della nuova legislatura europea. Un compromesso che fino a poche ore prima sembrava irraggiungibile e che invece consegna a Kiev una boccata d’ossigeno finanziaria: 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, attraverso un prestito congiunto dell’Unione europea finanziato con bond sui mercati. Salta, almeno per ora, la strada più controversa: l’uso diretto degli asset russi immobilizzati. È la fotografia di un’Europa che si muove sul filo del rasoio, stretta tra l’urgenza della guerra e le fratture politiche interne, in un contesto globale segnato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. E proprio quando l’unità sembrava destinata a spezzarsi, i Ventisette trovano una via d’uscita che salva Kiev e, in parte, le sensibilità nazionali.
Il meccanismo è tecnico ma politicamente pesantissimo: il prestito sarà garantito dal margine di manovra del bilancio Ue 2021-2027, senza ricadute sugli obblighi finanziari di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che ottengono un opt-out grazie alla cooperazione rafforzata. Un dettaglio che spiega perché anche Viktor Orbán, da sempre allergico al debito comune, abbia alla fine lasciato passare l’accordo.
Nella dichiarazione sull’Ucraina – approvata però senza Ungheria e Slovacchia – il Consiglio europeo rinvia la partita più esplosiva: si continuerà a lavorare “sugli aspetti tecnici e giuridici” del cosiddetto prestito di riparazione basato sui beni russi congelati. Tradotto: il dossier non è archiviato, ma finisce in congelatore.
Per Giorgia Meloni è una vittoria politica. La premier parla di “buonsenso” e di una soluzione “solida dal punto di vista giuridico e finanziario”, frutto anche della posizione assunta dall’Italia insieme a Belgio, Bulgaria e Malta nei giorni precedenti al vertice. Sulla stessa linea il premier belga Bart De Wever, che rivendica il ruolo decisivo del suo Paese: “Da oggi tutti possono uscire vincitori”, ammette, riconoscendo che l’equilibrio è cambiato quando Roma ha rotto il fronte favorevole agli asset russi.Meno brillante il bilancio per Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco aveva spinto con forza – insieme ai Paesi nordici, ai “frugali” e alla Commissione – per l’utilizzo dei beni della Banca centrale russa, definendolo “l’unica opzione possibile”. Alla fine è costretto a correggere la rotta: la soluzione adottata è “pragmatica e valida”. Parla di “grande successo europeo” e di sovranità ritrovata, ma la sensazione è quella di una sconfitta strategica: Berlino resta isolata, mentre gli asset russi restano intatti, seppur immobilizzati.
A dare il tono drammatico della posta in gioco era stato, già in mattinata, il premier polacco Donald Tusk: “O soldi oggi o sangue domani. E non parlo solo dell’Ucraina, ma dell’Europa”. Parole che risuonano nei corridoi mentre si consuma un lungo braccio di ferro diplomatico fatto di bilaterali, cene riservate e telefonate incrociate. Il nodo più delicato resta quello belga. Bruxelles ospita Euroclear, che custodisce 185 dei 210 miliardi di euro di beni russi congelati nell’Ue, ed è quindi esposta a potenziali ritorsioni legali di Mosca. De Wever chiede garanzie illimitate nel tempo e nell’importo, una richiesta giudicata irricevibile da molti governi e difficilmente digeribile dai Parlamenti nazionali. Anche l’Italia, fin dall’inizio, aveva espresso forti riserve politiche e giuridiche.
Le vere trattative partono solo a cena. Sul tavolo passano anche i grandi dossier strategici – allargamento, difesa, bilancio post-2027, Medio Oriente, migrazioni – ma tutto ruota attorno a Kiev. C’è spazio perfino per un faccia a faccia con Volodymyr Zelensky: “Capisco le vostre difficoltà – confida – ma noi rischiamo di più”.Alla fine, nella notte, Orbán racconta la sua versione: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca erano “decisive” perché serviva l’unanimità. Non potendo fermare tedeschi, italiani e francesi, il leader magiaro strappa l’esenzione: “Se loro salgono su questo treno e noi non vogliamo comprare il biglietto, non ci si può obbligare”. Un colpo di mano che, di fatto, salva gli asset russi e mette Berlino all’angolo.Il risultato è un’Europa che avanza per compromessi notturni, tra crepe evidenti e improvvisi slanci di responsabilità. Kiev incassa i fondi di cui ha disperatamente bisogno. Le divisioni restano. Ma, almeno per ora, il conto della guerra non lo pagano – ufficialmente – i beni di Mosca.
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