di Corinna Pindaro
Mentre i negoziati di pace restano fragili, la guerra tra Russia e Ucraina si intensifica sul fronte marittimo. Attacchi a petroliere e mercantili, Ankara teme una crisi nel Mar Nero
Il tentativo di mantenere aperti i canali diplomatici non ha fermato l’intensificarsi delle operazioni militari. Anzi, mentre i colloqui di pace restano incerti, il conflitto tra Russia e Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più ampia, spostandosi anche sul fronte marittimo. Negli ultimi giorni si è registrata una serie di attacchi contro navi commerciali e infrastrutture energetiche che rischiano di trasformare mari e rotte strategiche in nuovi teatri di scontro.
Attacchi incrociati tra Mar Nero e porti ucraini
Le forze ucraine hanno condotto diversi raid contro unità legate al traffico di petrolio russo, mentre Mosca ha risposto colpendo obiettivi navali lungo la costa ucraina. Un drone russo ha centrato una nave di proprietà turca ormeggiata nel porto di Odessa, provocando un vasto incendio e danneggiando altre imbarcazioni in un diverso scalo della regione. Episodi che hanno immediatamente attirato l’attenzione di Ankara, sempre più preoccupata per il coinvolgimento diretto dei propri interessi marittimi.
L’allarme della Turchia e il ruolo di Ankara
Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un monito chiaro, avvertendo che il Mar Nero rischia di trasformarsi in uno spazio di confronto aperto e incontrollato. Secondo Ankara, una simile deriva avrebbe conseguenze pesantissime prima di tutto per Russia e Ucraina, ma anche per l’intera regione. Da qui l’appello a individuare una soluzione condivisa che garantisca la sicurezza delle rotte e impedisca un’escalation senza ritorno.
La “flotta ombra” e i raid dopo il Bosforo
Tra gli episodi più significativi figurano gli attacchi contro alcune petroliere appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”, utilizzata per aggirare le sanzioni occidentali sull’export di greggio russo. Le navi sono state colpite poco dopo il passaggio attraverso il Bosforo, un segnale che evidenzia quanto le operazioni militari si stiano avvicinando a snodi commerciali di primaria importanza.
Il fronte si allarga al Mar Caspio
Ancora più rilevanti sono state le incursioni condotte nel Mar Caspio, area cruciale per il settore energetico e per i collegamenti tra Russia e Iran. Droni ucraini hanno colpito piattaforme petrolifere in grado di produrre complessivamente centinaia di migliaia di barili al giorno, segnando un precedente senza precedenti per distanza e valore strategico degli obiettivi. Nei giorni successivi, altri attacchi hanno interessato navi mercantili sospettate di essere coinvolte nel trasferimento di componenti militari.
L’ombra dei servizi segreti e della resistenza interna
Le operazioni sarebbero state coordinate dal servizio di sicurezza ucraino, che avrebbe fatto affidamento anche su una rete clandestina attiva all’interno della Russia. Questo gruppo, noto con il nome di “Black Spark”, rivendica azioni di sabotaggio contro infrastrutture civili ed energetiche, accompagnate da messaggi di sfida al Cremlino. Secondo alcune fonti, la collaborazione tra intelligence ucraina e resistenza interna avrebbe contribuito a colpire raffinerie e nodi logistici strategici.
L’impatto economico e il fattore internazionale
La campagna contro raffinerie, terminal petroliferi e petroliere inizia a produrre effetti concreti sull’economia russa, con decine di impianti danneggiati negli ultimi mesi. Secondo ricostruzioni della stampa americana, Washington avrebbe dato un tacito via libera a queste operazioni, fornendo in alcuni casi supporto informativo. Bloccare la cooperazione militare tra Mosca e Teheran viene indicato come uno degli obiettivi principali della strategia statunitense.
La risposta russa e il rischio di escalation regionale
Il Cremlino ha reagito intensificando gli attacchi contro la rete energetica ucraina, causando blackout diffusi e razionamenti di elettricità in molte città, inclusa Kiev. Parallelamente, Mosca ha colpito navi di armatori turchi, rompendo di fatto un equilibrio che Ankara riteneva garantito dalla propria posizione di neutralità. Una dinamica che alimenta il timore di un’escalation incontrollata proprio nel Mar Nero, ormai percepito come uno dei punti più fragili e pericolosi del conflitto.
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