di Velia Iacovino
La sorprendente convergenza russo-americana scuote il rapporto transatlantico.Gentiloni definisce la strategia amerocama un epitaffio per le relazioni transatlantiche.

Quando la Casa Bianca parla, il Cremlino di solito si irrigidisce, ma questa volta accade l’opposto: Mosca applaude mentre l’Europa trema. La nuova strategia di sicurezza nazionale annunciata da Donald Trump, che descrive l’Europa come vulnerabile fino a evocare il rischio di una «cancellazione della civiltà», viene infatti accolta dal portavoce di Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, come un documento «in gran parte coerente con la nostra visione» e come una possibile premessa per «continuare in modo costruttivo il lavoro congiunto per una soluzione pacifica in Ucraina». Un entusiasmo che rivela l’interesse russo per un’America meno legata all’Europa e più incline a ricalibrare la propria presenza sul continente. Dall’altra parte dell’Atlantico, però, l’effetto è l’opposto: Paolo Gentiloni, intervistato da La Stampa, definisce la dottrina trumpiana «un epitaffio sulle relazioni transatlantiche e una sentenza di divorzio dall’Europa», individuando nella matrice Maga e nel “Project 2025” la volontà di colpire l’Unione Europea considerata un ostacolo ai nazionalismi e denunciando la tendenza di Trump a proiettare i suoi “nemici interni” — woke, multiculturalismo, globalismo — sull’Europa, trasformandola nel bersaglio ideale della sua narrativa politica. L’ex premier sostiene che con questa mossa finisce l’“era dell’adulazione del presidente Usa” e avverte che l’Italia rischia di ritrovarsi in una posizione sempre più scomoda proprio mentre “avviene la deriva dei continenti”, con America ed Europa che si allontanano.
La frattura emerge in modo evidente sulla guerra in Ucraina, dove Mosca spera che la nuova postura americana faciliti un negoziato, mentre Gentiloni insiste sulla necessità di rafforzare il sostegno europeo a Kiev anche tramite l’uso degli asset russi congelati per finanziare un prestito, definendolo un atto di responsabilità più che un esproprio. Nel mezzo sta l’Italia, costretta a bilanciare l’interesse europeo con le simpatie trumpiane della Lega e con una posizione che l’ex premier giudica fragile: «continuare a essere il più svogliato dei Paesi Volenterosi non ci aiuta». Il risultato complessivo è una nuova geometria geopolitica in cui Mosca intravede un’occasione, Washington rivede le sue priorità, l’Europa teme l’abbandono e l’Ucraina resta l’indicatore più sensibile di ogni spostamento, mentre la capitale che per prima sembra cogliere il cambiamento — con sorprendente prontezza — è proprio quella che per decenni ha percepito qualsiasi strategia americana come una minaccia: Mosca.
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