di Carlo Longo

Il confronto politico sull’oro di Bankitalia torna al centro della scena. Ecco chi ne detiene la proprietà, quali limiti impone l’Unione Europea e perché l’Italia non ha mai venduto le sue riserve, a differenza di molti altri Paesi

oroLa questione delle riserve auree italiane è tornata attuale dopo un emendamento alla Legge di Bilancio che punta a ribadire la presunta proprietà statale dell’oro conservato dalla Banca d’Italia. Il tema ha immediatamente acceso gli animi, perché l’affermazione – formulata in poche righe – sembra voler trasferire nelle mani del governo un patrimonio che, per natura giuridica e normativa, non può essere gestito liberamente dall’esecutivo.

Perché l’oro non è nella disponibilità del governo

La Banca d’Italia è un’istituzione autonoma e separata dallo Stato, con un assetto proprietario distribuito tra banche, fondazioni, assicurazioni e casse previdenziali. Ma non è solo la sua natura giuridica a impedirne la subordinazione alla politica: un complesso sistema di norme europee, ricordato anche dalla Banca Centrale Europea in una comunicazione formale al governo, tutela l’indipendenza di Bankitalia e dei suoi asset.

Le regole UE: chi può decidere sulle riserve auree

Secondo il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, la gestione delle riserve ufficiali è una competenza del Sistema europeo delle banche centrali. L’oro rientra quindi a pieno titolo tra le attività che possono essere movimentate solo con l’autorizzazione della BCE.
L’indipendenza delle banche centrali è inoltre garantita dall’articolo 130, che vieta ai governi nazionali di impartire istruzioni agli istituti centrali.
A ciò si aggiunge il divieto di finanziamento monetario agli Stati: l’oro non può essere utilizzato per coprire deficit o sostenere la spesa pubblica.

Perché le riserve sono cruciali per la stabilità finanziaria

L’oro di una banca centrale rappresenta una riserva di sicurezza. In periodi di tensioni sui mercati valutari o di crisi finanziarie, questi asset fungono da garanzia e rafforzano la credibilità economica di un Paese. Un ruolo che molte nazioni conoscono bene: l’Argentina, ad esempio, priva di adeguate riserve, ha sperimentato più volte le conseguenze della loro assenza.

Norme modificabili, ma solo restando in Europa

È tecnicamente possibile cambiare le regole sulle riserve, ma farlo significherebbe mettere in discussione l’architettura monetaria europea. La partecipazione alla UE implica infatti l’adesione a norme comuni, tra cui quelle che regolano la gestione dell’oro.

Quando i Paesi occidentali vendevano oro

Nonostante i vincoli, la vendita di oro da parte delle banche centrali è stata una pratica diffusa fino alla fine degli anni 2000. A inaugurare questa tendenza fu il Regno Unito nel 1999 con la decisione di Gordon Brown di liquidare una parte significativa delle riserve britanniche.
L’introduzione dell’euro e la necessità di diversificare gli asset spinsero diversi Paesi europei – dalla Svizzera alla Francia, dalla Spagna alla Germania – a ridurre le proprie scorte.

Il caso britannico e il “livello Brown”

La cessione britannica avvenne in un momento sfavorevole: il prezzo dell’oro era ai minimi e ulteriormente diminuito dopo l’annuncio, generando quello che in seguito verrà chiamato “livello Brown”. Nel corso del tempo, il valore del metallo prezioso è però aumentato fino a superare ampiamente i 4.000 dollari l’oncia, trasformando quella decisione in un pessimo affare.

L’accordo tra banche centrali per frenare il mercato

Per evitare un crollo del prezzo dell’oro provocato da vendite massicce, nel 1999 fu siglato il Central Bank Gold Agreement, che fissava limiti alle quantità cedibili collettivamente. L’accordo, rinnovato più volte, ha regolato il mercato fino al 2025, quando è stato lasciato scadere perché ritenuto ormai superfluo: oggi il mercato dell’oro è abbastanza grande da assorbire eventuali vendite senza destabilizzazioni.

Dalle grandi cessioni al ruolo di bene rifugio

La crisi finanziaria del 2008 ha cambiato radicalmente la percezione dell’oro. Con il crollo di molti asset finanziari, le banche centrali hanno smesso di vendere e sono tornate a considerare il metallo prezioso come un pilastro delle riserve. Dal 2010 in avanti, le vendite si sono azzerate e Paesi come Cina e India hanno aumentato gli acquisti.

L’eccezione tedesca

Nel panorama europeo, la Germania si è distinta per un approccio graduale: per oltre vent’anni ha ceduto piccole quantità di oro ogni anno, un totale di poco più di 100 tonnellate, mantenendo comunque la seconda riserva mondiale.

Perché l’Italia non ha mai venduto oro

L’Italia, con 2.450 tonnellate custodite da Bankitalia, è il terzo Paese al mondo per riserve auree. Nonostante diversi tentativi nel corso degli anni – dai governi Prodi a varie iniziative parlamentari – nessuna vendita è mai stata autorizzata. I vincoli europei, i rischi di perdita finanziaria e il ruolo strategico dell’oro hanno sempre frenato ogni ipotesi.

Vendere oggi? Possibile, ma con molte condizioni

Una cessione parziale non è vietata, purché decisa insieme alla Banca d’Italia e con l’approvazione della BCE. La questione centrale riguarda però l’obiettivo: vendere per ridurre il debito pubblico sarebbe inefficace e contrario ai principi europei; più realistico sarebbe invece diversificare le riserve approfittando dei prezzi record.

Un dibattito necessario, ma difficile

Il venir meno dell’accordo europeo sulle vendite di oro apre uno scenario teorico di maggiore libertà per le banche centrali. Tuttavia, resta l interrogativo cruciale: quale dovrebbe essere lo scopo delle eventuali vendite?
Un confronto pubblico, seppur complesso, potrebbe orientare le scelte future, ad esempio verso investimenti strategici a sostegno dell’innovazione, utilizzando in parte un patrimonio antico come l’oro.(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

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