di Emilia Morelli
Lo scandalo corruzione che travolge i vertici ucraini porta alle dimissioni di Andriy Yermak, capo dell’Ufficio presidenziale e principale negoziatore di Kiev. Crescono le pressioni interne ed esterne su Zelensky mentre prosegue il delicato negoziato sul piano di pace americano
La crisi è esplosa all’alba, quando gli investigatori della Nabu hanno fatto irruzione nella sede della presidenza ucraina in via Bankova. Poche ore dopo, Andriy Yermak, capo dell’Ufficio presidenziale e uomo più vicino a Volodymyr Zelensky, ha rassegnato le dimissioni. La vicenda rappresenta un passaggio clamoroso: il presidente perde il suo collaboratore più influente, colui che di fatto coordinava l’intera macchina operativa dello Stato e guidava i negoziati sul piano di pace promosso da Washington. In un messaggio inviato al New York Post, Yermak ha spiegato la sua scelta con parole durissime: si è detto “disgustato” e ha annunciato l’intenzione di partire per il fronte.
L’ombra di “Ali Baba” e l’inchiesta Energoatom
Da tempo era risaputo che la Nabu stesse lavorando su dossier che toccavano da vicino Yermak. Le voci, circolate per settimane, parlavano di un conflitto sotterraneo tra la presidenza e gli organismi anti-corruzione, con il sospetto che i servizi e la procura militare fossero stati mobilitati per screditare la Sapo, la procura speciale che coordina le indagini. Tutto è esploso con le intercettazioni dell’operazione “Mida”, relativa al colossale scandalo Energoatom: il capo della Sapo ha accusato un misterioso “Ali Baba” di riunire forze dell’ordine e magistrati per colpire detective Nabu e procuratori Sapo. Molti cronisti investigativi ucraini sono convinti che dietro quel soprannome ci sia proprio Yermak. Nel frattempo Zelensky ha nominato Rustem Umerov nuovo capo della delegazione per i negoziati di pace.
Pressioni interne, ministri coinvolti e un presidente sotto assedio
Il clima politico a Kiev era diventato rovente già nei giorni precedenti. Dentro il partito presidenziale, Servitore del Popolo, si era formata una fronda che chiedeva apertamente la rimozione di Yermak, anche alla luce delle dimissioni del ministro della Giustizia e di quello dell’Energia, travolti dallo stesso scandalo che coinvolge l’ex socio e amico di Zelensky, Mindich, fuggito in Israele. Fino all’ultimo il presidente aveva difeso il suo capo di gabinetto, inserendolo nella squadra negoziale per la pace e rendendo di fatto più complesso un eventuale intervento giudiziario contro di lui. La retata in via Bankova ha mostrato che questo argine non era più sufficiente.
Il ruolo delle agenzie anticorruzione e dei partner occidentali
La tempistica dell’operazione giudiziaria ha alimentato interpretazioni contrastanti. Alcuni analisti ritengono che Nabu e Sapo, sostenute e protette dai partner occidentali, abbiano voluto inviare un segnale a Zelensky perché ammorbidisca la sua linea sulla pace, soprattutto dopo la frase di Yermak secondo cui “finché Zelensky sarà presidente” non ci saranno concessioni territoriali. Un’altra lettura considera invece l’offensiva dei magistrati come una mossa difensiva: un modo per prevenire eventuali tentativi di limitare l’autonomia degli organi anticorruzione o di colpire i loro vertici. In ogni caso, l’affondo ha raggiunto il cuore della presidenza e ha aperto scenari imprevedibili.
Intercettazioni, tangenti e il rischio politico per Zelensky
Al momento non è noto cosa sia stato sequestrato durante le perquisizioni, né se vi siano misure cautelari in preparazione. Non risultano provvedimenti formali contro Yermak, ma la portata simbolica dell’operazione è enorme. Secondo indiscrezioni, anche Zelensky comparirebbe in alcune intercettazioni, un elemento che rende ancora più difficile sostenere che fosse completamente ignaro delle presunte tangenti milionarie che avrebbero coinvolto uomini a lui vicinissimi. Sul piano giuridico il presidente gode dell’immunità, ma la sua posizione politica è diventata molto più fragile.
Le parole di Zelensky e la ricerca di un nuovo equilibrio
In un discorso pubblico, Zelensky ha confermato le dimissioni di Yermak e annunciato un riassetto dell’Ufficio presidenziale. Ha ribadito che l’Ucraina sta preparando un incontro con gli Stati Uniti sui prossimi passi per “una pace degna” e ha richiamato la necessità di mantenere la compattezza interna in un momento cruciale. Il presidente ha ringraziato Yermak per aver sempre difeso una posizione patriottica ai tavoli negoziali, ma ha anche spiegato di voler evitare “voci e speculazioni” sull’operato della presidenza. Nelle prossime ore, ha aggiunto, consulterà figure che possano assumere la guida dell’istituzione.
I possibili successori alla guida dell’Ufficio presidenziale
Tra i candidati indicati dagli osservatori spiccano il vice di Yermak, Pavlo Palisa, ben introdotto a Washington, il vice primo ministro e ministro della trasformazione digitale Mykhailo Fedorov e l’ex ambasciatrice negli Stati Uniti Oksana Markarova. Il nome della prima ministra Yulia Svyrydenko è stato considerato a lungo tra i più forti, ma Zelensky sembra intenzionato a mantenerla al suo posto per gestire la delicatissima partita della prossima legge di bilancio, in un Paese stremato da quattro anni di guerra e con finanze allo stremo.
La squadra negoziale e il ruolo di Rustem Umerov
Oltre all’assetto interno della presidenza, è in discussione anche la futura composizione della squadra incaricata delle trattative di pace. Fino ad ora, insieme a Yermak, ne facevano parte il generale Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare, e Rustem Umerov, già ministro della Difesa e oggi consigliere per la sicurezza. Anche su Umerov l’inchiesta avrebbe proiettato qualche ombra, ma con una differenza: pur indicato tra i possibili indagati, mantiene buoni rapporti con l’amministrazione americana e secondo diversi media Usa non avrebbe osteggiato la bozza di piano in 28 punti, anzi l’avrebbe guardata con favore. Se davvero i tempi dell’azione di Nabu e Sapo non sono casuali, Umerov appare meno rigido di Yermak sulla linea negoziale.
Immunità presidenziale e instabilità del potere
Formalmente, né Nabu né Sapo possono procedere contro Zelensky in quanto presidente in carica, ma questo non lo mette al riparo da conseguenze politiche. La credibilità internazionale di Kiev, fondamentale per il flusso di aiuti militari ed economici, dipende anche dalla capacità di dare un segnale netto nella lotta alla corruzione. Le scelte delle prossime settimane diranno se Zelensky riuscirà a mantenere il controllo del sistema di potere attraverso nuovi fedelissimi o se sarà costretto a dolorosi compromessi, in discontinuità con la stagione aperta insieme a Yermak.
Yermak: “Vado al fronte, sono stato profanato”
In una lunga comunicazione al New York Post, Yermak ha rivendicato il proprio operato, sostenendo di aver servito l’Ucraina in modo leale fin dall’inizio dell’invasione russa. Ha annunciato che andrà al fronte, dichiarandosi pronto a “qualsiasi missione”. Ha affermato di sentirsi “profanato” e di non aver ricevuto il sostegno di chi, a suo dire, conoscerebbe la verità sui fatti contestati. Ha ripetuto più volte di non voler creare problemi ulteriori a Zelensky, giustificando così la scelta di farsi da parte. Resta però del tutto incerto se, quando e in che forma questo suo proposito di arruolarsi troverà effettiva realizzazione.
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