di Martina Esposito
Al centro della protesta: salari erosi, precariato diffuso e il ruolo dell’informazione in democrazia. FNSI e FIEG restano distanti, tra accuse reciproche e visioni inconciliabili sul futuro del settore
Oggi, 28 novembre 2025, i giornalisti italiani incrociano le braccia. Lo sciopero proclamato dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) segna una tappa cruciale in un confronto che dura da oltre un decennio: il contratto collettivo nazionale dei giornalisti dipendenti è fermo dal 2015, e il settore dell’informazione vive una crisi strutturale sempre più profonda.
FNSI: contratti fermi e salari erosi
«Scioperiamo perché il nostro contratto di lavoro è scaduto da 10 anni e soprattutto perché riteniamo che il giornalismo, presidio fondamentale per la vita democratica del Paese, non abbia avuto la necessaria attenzione da parte degli editori della Fieg», si legge nel comunicato del sindacato.
La FNSI denuncia anni di tagli, prepensionamenti, blocchi contrattuali e sfruttamento crescente dei collaboratori precari, pagati pochi euro a pezzo, senza tutele né prospettive. A ciò si aggiunge l’erosione del potere d’acquisto dei salari, diminuiti di quasi il 20% secondo l’Istat. Per questo i giornalisti chiedono «un aumento che sia in linea con quelli degli altri contratti collettivi» e un nuovo contratto che riconosca le nuove figure digitali, regolamenti l’uso dell’intelligenza artificiale e garantisca «l’equo compenso per i contenuti ceduti al web».
FIEG, è scontro con il sindacato
Ma la risposta della controparte, la Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG), è tutt’altro che conciliante. In un comunicato diffuso nella stessa giornata, la FIEG sottolinea come, al contrario, «gli Editori nell’ultimo decennio hanno realizzato ingenti investimenti a tutela sia della qualità e della libertà dell’informazione che dell’occupazione giornalistica».
Gli editori evidenziano il calo drastico dei ricavi, in parte causato dalla concorrenza delle grandi piattaforme digitali – i cosiddetti Over The Top – come Google e Meta, che secondo FIEG «sfruttano economicamente i contenuti editoriali trattenendo la maggior parte dei ricavi pubblicitari». In questo contesto, sostengono, è già stato fatto molto per evitare i licenziamenti.
Sul tema centrale del contratto, FIEG contesta l’immobilismo sindacale: «Ci si è trovati di fronte un sindacato che non ha voluto affrontare né il tema della complessiva modernizzazione di un contratto antiquato né l’introduzione di regole più flessibili per favorire l’assunzione di giovani», sostenendo che le richieste si siano concentrate solo sul fronte salariale.
L’IA e la libera informazione al centro del dibattito
Resta tesa anche la questione dell’intelligenza artificiale: mentre la FNSI chiede regole precise e limiti d’uso, FIEG ribatte che «la soluzione non può risiedere nella pretesa di introdurre norme limitative di utilizzo […] ma piuttosto occorre un approccio etico da parte delle aziende».
Nel frattempo, le redazioni vivono un presente fatto di precarietà e incertezze, in un panorama dell’informazione attraversato da trasformazioni radicali. Per la FNSI non è una battaglia corporativa, ma una questione democratica: «Un’informazione davvero libera e plurale, che sia controllo democratico, ha bisogno di giornalisti autorevoli e indipendenti, che non siano economicamente ricattabili».
Il contratto, però, resta lontano. E con esso anche un’idea condivisa sul futuro della professione. «Se davvero la Fieg tiene all’informazione professionale – conclude il sindacato – deve investire sulla tecnologia e sui giovani, che non possono diventare manovalanza intellettuale a basso costo».
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