di Mario Tosetti
A settant’anni Lou Reed si racconta senza filtri: incubi ricorrenti, ricordi dei Velvet Underground, diffidenza verso la celebrità, giudizi taglienti su politica, media e rivoluzioni mancate. Un lucido viaggio nella mente di una leggenda del rock
Lou Reed, protagonista della musica più irriverente e visionaria del Novecento, in un’intervista a La Repubblica, a settant’anni confessa di essere perseguitato da sogni inquieti: palchi irraggiungibili, concerti finiti troppo presto, strumenti dimenticati. Situazioni paradossali che rivelano un’insicurezza sorprendente per chi ha camminato per decenni sul lato più selvaggio del rock. Laurie Anderson, sua compagna e artista di straordinario talento, è stata costretta a organizzargli una festa a sorpresa per convincerlo a celebrare il suo compleanno. Reed, da sempre insofferente alle autocelebrazioni, definisce la bellezza «un dono troppo indecente per parlarne» e rifiuta ogni intervento estetico, anche oggi che il tempo ha segnato i suoi tratti con discrezione.
Dai Velvet Underground ai Metallica: una carriera che rifiuta le regole
La sua storia attraversa esperienze radicalmente diverse: dai Velvet Underground — il laboratorio d’avanguardia ispirato da Andy Warhol — alle collaborazioni con i Metallica per reinterpretare Lulu, progetto accolto con ostilità dai fan più puristi. Reed minimizza le critiche con una delle sue battute abrasive: «Chi mi odia avrà il quoziente intellettivo di una sedia». Per lui la musica rimane lo spazio più libero in cui muoversi: un teatro personale, fatto di monologhi sonori che considera «piccole commedie» in cui recita solo la parte di se stesso.
Il rapporto difficile con giornalisti, definizioni e categorie
Mai amante delle etichette, Reed rifiuta con fastidio paragoni, classificazioni e giudizi della critica. Non sopporta nemmeno essere definito giornalista, come riportano molte biografie. «Ho studiato regia, non giornalismo», dice, ricordando il brevissimo periodo in cui frequentò un corso che abbandonò subito: «Dicevano di lasciare le opinioni fuori. Non fa per me».
Lui, che provò perfino a scrivere per Rolling Stone prima di scontrarsi con gli editor, rimpiange lo stile diretto e naturale delle interviste inventato da Warhol per Interview: un linguaggio vivo, non “corretto” fino a perdere autenticità.
Warhol, la memoria digitale e la crudeltà dei media
Per Reed, Warhol non è un eroe ma una fortuna irripetibile: un genio che avrebbe rivoluzionato anche l’era digitale. Ma il digitale, ammette, oggi è anche una prigione: YouTube conserva tutto, anche ciò che avrebbe preferito cancellare.
Cita il caso di Amy Winehouse come esempio estremo della pressione mediatica contemporanea: «Era perseguitata. Non aveva scampo». Reed vede nella caccia alla fragilità un meccanismo violento che i media hanno reso automatico.
Politica, rivoluzioni tradite e un mondo in fiamme
Lo sguardo di Reed sulla politica è spietato. Critica Obama per non aver sostenuto con forza i movimenti come Occupy Wall Street e osserva con sarcasmo l’ascesa dei candidati repubblicani estremisti. Sulle rivoluzioni del passato e quelle del presente, cita il suo amico Allen Ginsberg, convinto che gli anni Sessanta fossero solo l’anteprima di tensioni che oggi esplodono su scala planetaria: Siria, Egitto, Iran. Reed non nasconde il disincanto, né la preoccupazione per un mondo che «brucia ovunque».
New York, tra nostalgia e distacco
Reed parla della sua New York con un misto di nostalgia e realismo. La città dove è nato e che ha alimentato i suoi dischi più celebri è ormai troppo cara, troppo gentrificata, troppo lontana dalle possibilità degli artisti. «La vita è troppo breve per guardare indietro», dice, ma ammette che molte cose gli mancano. Preferisce restare ancorato al presente, senza illusioni sul futuro: «Vivo il momento. Il futuro? Non lo so, non voglio fare filosofia spicciola».
Celebrità, libertà e scelte di vita
Reed parla anche della sua carriera e della fama con un distacco quasi ironico. Rifiuta l’idea che il rock debba consumare i suoi artisti in nome dell’eccesso: la vera fatica, dice, è quella di chi lavora «in miniera, non sul palco».
Alla domanda sui rimpianti, risponde evocando un’immagine poetica: uno scheletro seduto in posizione del loto che cerca un buon karma troppo tardi. «Forse è così per tutti», conclude. Ma Reed sembra vivere con serenità il suo percorso, con la consapevolezza di chi ha attraversato e trasformato il rock senza mai lasciarsi definire da esso.
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L’articolo Lou Reed, 70 anni di rock e inquietudini: il ritratto intimo di un’icona che rifiuta il mito proviene da Associated Medias.

