di Martina Esposito
Tensione concettuale e ricerca sulla percezione. Intervista all’artista vincitore del Premio Speciale AMPA al Talent Prize, il concorso di arti visive per under 40 promosso da Inside Art
Nel panorama dell’arte contemporanea italiana Marco Rossetti si distingue per una ricerca radicale e coerente, capace di mettere in discussione le fondamenta stesse della fotografia. Con l’opera R-Complex o l’istinto, l’artista ha conquistato il Premio Speciale AMPA nell’ambito del Talent Prize 2025, il premio di arti visive per under 40 promosso da Inside Art, imponendosi per la forza concettuale e la tensione poetica della sua installazione.
In questa intervista, Rossetti ci guida dentro il cuore del suo lavoro, dove immagine, memoria e percezione si intrecciano in un costante slittamento tra rivelazione e cancellazione. Il dispositivo meccanico che anima l’opera vincitrice non è solo un elemento scenico, ma il fulcro di una riflessione più ampia sulla fragilità del vedere, sul fallimento della memoria e sull’impossibilità di afferrare un’immagine nella sua totalità.
Con R-Complex o l’istinto hai vinto il Premio Speciale AMPA al Talent Prize 2025. Come racconteresti questa installazione?

R-Complex o l’istinto nasce da un pensiero molto semplice e allo stesso tempo primitivo: il movimento come forma originaria di percezione. Nell’installazione, un carrello scorre lungo un binario tripartito sospeso alle pareti, trasportando la metà inferiore di una fotografia. Il dispositivo avanza e retrocede senza sosta, come un trenino giocattolo che però contiene un elemento di inquietudine: solo per un istante la parte in movimento si allinea alla metà superiore, ricostruendo il soggetto per una frazione di secondo.
Quell’allineamento fugace diventa una metafora del funzionamento della memoria: una continua combinazione instabile di cancellazione e rivelazione. La macchina visiva si muove in un percorso in cui è insieme condizione del vedere e negazione del vedere. È come se il senso dell’immagine si concedesse e si negasse nello stesso momento. Mi interessa proprio questa dimensione: l’impossibilità di trattenere il ricordo nella sua complessità. Se l’immagine avesse una certezza stabile, misurabile, rischierebbe di essere annichilita nella sua natura polisemica. Il dispositivo meccanico dà forma esatta a questa tensione.
La tua ricerca fotografica interroga la fotografia stessa. Quali sono gli elementi dell’immagine che cerchi di svelare?
Mi interessa ciò che nell’immagine si sottrae, ciò che appare solo mentre sembra scomparire. Indago la fotografia come soglia: tra ciò che la nostra percezione tenta di catturare e ciò che inevitabilmente sfugge. Allo stesso tempo, per me la fotografia è una materia, come potrebbe esserlo la pietra: qualcosa che posso distorcere, distruggere, modificare, modellare. Non la considero un’immagine sacra o intoccabile, ma una superficie malleabile che reagisce, resiste, si incrina. Lavoro sulla porosità del segno, sulle sue interruzioni, sugli errori e sulle zone cieche. È lì che la fotografia – quando smette di essere un documento – diventa un dispositivo che mette in crisi il nostro modo di guardare, più che il contenuto stesso.
In diverse tue opere – Giulio Napoli (2017) o Corridore (2023) – il tuo strumento d’elezione incontra media differenti. Cosa diventa l’immagine una volta esperite queste intersezioni?
Quando l’immagine attraversa altri media, cambia natura. Non perde solo qualcosa: acquisisce densità, fisicità, attrito. Durante la residenza a Borca di Cadore, l’opera Giulio Napoli è nata proprio da questa idea di permeabilità. Le fotografie degli incendi della mia regione sono state collocate all’interno dell’infermeria abbandonata della colonia, in un armadietto ancora pieno di medicinali scaduti. Il contatto tra immagini e materiali medici ha innescato una trasformazione: la fotografia è diventata un corpo che assorbe, cauterizza, reagisce. Quando entra in relazione con altri linguaggi, l’immagine smette di essere una rappresentazione e diventa un ambiente. Qualcosa che si attraversa più che si contempla. Una presenza che non si limita a mostrare, ma modifica il luogo in cui viene inserita.

Alcuni dei tuoi lavori presentano componenti meccaniche, come nel caso di R-Complex o l’istinto. Soprattutto alla luce della tua ricerca sul bias, si tratta di strumenti utili a indagare la portata percettiva della fotografia?
Sì. I dispositivi meccanici sono strumenti di indagine sul nostro modo di percepire. Inserire motori, movimenti ripetuti, traiettorie obbligate significa rendere visibile ciò che normalmente è biologico e nascosto: l’occhio che cerca pattern, la memoria che ricompone, il bias che anticipa ogni interpretazione. In questi lavori la fotografia non è più una superficie fissa: è un evento. Si forma e si dissolve, muta mentre la guardiamo. Il meccanismo non chiarisce; complica. E proprio in questa complicazione si aprono spazi di interrogazione sulla vulnerabilità del vedere.
Nel 2023 sei stato finalista al Talent Prize con Slander (2021), dove un tergicristallo tenta invano di rivelare un’immagine coperta da olio nero. Pensando anche all’opera presentata quest’anno, diresti che dell’immagine ti interessa il suo carattere momentaneo?
Mi interessa il carattere momentaneo dell’immagine, ma non come celebrazione dell’istante: piuttosto come rivelazione della sua instabilità profonda. Lavorando con archivi – fotografie trovate, recuperate, estratte da contesti spesso danneggiati o lacunosi – mi confronto ogni giorno con materiali che nascono per conservare e che invece testimoniano soprattutto la loro incapacità di trattenere qualcosa per intero.

Slander rende questo meccanismo esplicito: il tergicristallo produce una rivelazione parziale, subito ricoperta dall’olio nero, in un ciclo senza risoluzione. In R-Complex o l’istinto la ricomposizione dell’immagine dura un tempo ancora più fragile, quasi impercettibile. In entrambi i casi, la fotografia appare e scompare, come se fosse costantemente minacciata dalla sua stessa natura.
Questi lavori non parlano solo dell’istante, ma di ciò che l’archivio non può garantire: la continuità, la stabilità, la promessa di una memoria piena. L’immagine sopravvive più che conservare; scivola, muta, si sottrae. È in questa tensione – tra tentativo di fissazione e cancellazione imminente – che trovo la sua forza, e il motivo per cui torno continuamente a esplorarne i limiti.
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L’articolo Marco Rossetti, l’instabilità dell’immagine come pratica artistica proviene da Associated Medias.

