di Redazione

L’annuncio arriva a pochi giorni dalle proteste a Belém, sede della COP30, dove la questione dei territori ancestrali è stata al centro dell’attenzione

Nel corso della COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima in corso a Belém, il governo brasiliano ha annunciato il riconoscimento ufficiale di dieci nuovi territori indigeni, segnando un momento chiave nella politica ambientale e nei rapporti con le popolazioni originarie del Paese. L’annuncio arriva pochi giorni dopo le manifestazioni organizzate nella stessa città amazzonica da centinaia di attivisti e leader indigeni, che chiedevano con forza un’azione concreta da parte delle istituzioni. Tra le richieste principali, proprio il riconoscimento delle terre ancestrali come strumenti fondamentali di giustizia climatica e tutela ambientale.

Un processo di “demarcazione”

La misura rappresenta la seconda fase di un iter amministrativo noto come “demarcazione”: dopo l’identificazione e la definizione dei confini, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva dovrà firmare l’approvazione definitiva. Una volta completato il processo, le popolazioni indigene potranno esercitare il pieno controllo sui propri territori, compreso il diritto di escludere attività agricole o minerarie esterne.

Attualmente, le terre indigene riconosciute in Brasile coprono oltre 1,17 milioni di chilometri quadrati, equivalenti al 13,8% della superficie nazionale. Questi territori non sono solo luoghi di profonda rilevanza culturale, ma anche barriere naturali contro la deforestazione e l’avanzamento dell’agroindustria nelle regioni più fragili del Paese.

Traiettoria inversa rispetto al governo di Bolsonaro

Sônia Guajajara, ministra brasiliana per i Popoli Indigeni, ha definito la decisione “un passo storico” e ha sottolineato come la COP30 debba essere un’occasione per affermare i diritti territoriali delle comunità native in ogni parte del mondo. “La demarcazione è essenziale non solo per proteggere le popolazioni indigene, ma anche per difendere le risorse naturali e la biodiversità globale”, ha dichiarato.

Il contrasto con l’amministrazione precedente è netto: sotto il governo di Jair Bolsonaro, non fu riconosciuto alcun nuovo territorio indigeno, e le tutele esistenti furono spesso ignorate o indebolite. Con il ritorno al potere di Lula, il Brasile ha ripreso a marciare in direzione opposta, con l’obiettivo di rafforzare il proprio ruolo nei negoziati climatici internazionali e di sanare le fratture con le comunità native.

Il tempismo della decisione del governo brasiliano

La decisione ha un valore anche diplomatico. Alla COP30, infatti, partecipano numerose delegazioni indigene provenienti da tutto il mondo, riconosciute sempre più come alleate strategiche nella lotta al cambiamento climatico. I leader nativi non chiedono solo riconoscimento formale, ma anche un ruolo attivo nei processi decisionali e negli accordi internazionali.

Il governo brasiliano ha promesso di proseguire con nuove demarcazioni nei prossimi mesi, in linea con gli obiettivi di giustizia climatica della conferenza. L’auspicio, ha concluso la ministra Guajajara, è che “la protezione delle terre indigene diventi una priorità globale e non un’eccezione legata a singole volontà politiche”.

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