di Ennio Bassi
Prima visita negli Stati Uniti dal 2018 per il principe ereditario saudita, accolto da Donald Trump con tutti gli onori riservati ai capi di Stato. Sul tavolo investimenti da record, accordi su energia e difesa, e una controversa presa di posizione sul caso Khashoggi
Mohammed bin Salman è tornato ufficialmente negli Stati Uniti. Per il principe ereditario saudita si è trattato della prima visita a Washington dal 2018, anno dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita del Washington Post assassinato nel consolato del suo Paese a Istanbul. E per accoglierlo, Donald Trump ha aperto il portico sud della Casa Bianca — tradizionalmente riservato ai capi di Stato — schierato picchetti militari e perfino autorizzato il sorvolo di jet in onore dell’illustre ospite.
Trump su Khashoggi: “Sono cose che succedono”
Durante l’incontro nello Studio Ovale, Trump ha definito bin Salman “un leader molto rispettato, un mio grande amico, un uomo che ha fatto cose incredibili per i diritti umani”. Una definizione che ha immediatamente suscitato polemiche, considerando che secondo la CIA fu proprio il principe saudita ad autorizzare l’eliminazione di Khashoggi. Alla domanda di una giornalista sul caso, bin Salman ha liquidato l’omicidio come “un errore enorme”, assicurando che tutte le indagini interne sono state svolte. Ma è stato Trump a chiudere bruscamente la questione: “Sono cose che succedono. Non piaceva a molte persone”, ha affermato, attaccando anche la giornalista per aver “messo in imbarazzo” il principe.
La visita di bin Salman giunge in un momento complicato per Trump, con l’indice di gradimento in discesa e il malcontento crescente nella sua base elettorale, anche a causa della gestione del caso Epstein. Tuttavia, il presidente ha ottenuto quello che cercava: nuove rassicurazioni da Riad sugli investimenti promessi durante il precedente incontro di maggio. Anzi, il principe ha rilanciato annunciando che il volume degli investimenti sauditi negli Stati Uniti salirà da 600 a 1.000 miliardi di dollari.
Due gli accordi raggiunti
A coronare la visita sono arrivati in tarda serata due accordi strategici: uno per la cooperazione sull’energia nucleare civile e uno per la difesa, incluso l’acquisto da parte dell’Arabia Saudita dei caccia americani F-35. La Casa Bianca ha precisato che l’intesa sul nucleare “pone le basi legali per una cooperazione multimiliardaria di lungo periodo” e che sarà condotta “nel pieno rispetto delle norme di non proliferazione”. Per quanto riguarda l’accordo militare, Trump ha dato il via libera alla vendita dei jet da combattimento, soggetta però all’approvazione del Congresso.
L’operazione ha già sollevato preoccupazioni. Il Pentagono ha espresso riserve, sottolineando i rischi di trasferire tecnologia militare avanzata a un Paese che mantiene una stretta collaborazione con la Cina. Anche Israele, unico Paese in Medio Oriente a disporre degli F-35, ha espresso perplessità. Tuttavia, l’accordo di sicurezza tra Stati Uniti e Arabia Saudita, modellato su quello siglato con il Qatar, non passerà dal Congresso ma sarà attuato tramite decreto presidenziale, il che ne renderà possibile la revoca da parte di future amministrazioni.
A far discutere, anche i legami economici tra Trump, la sua famiglia e il regno saudita. Il presidente ha negato qualsiasi conflitto d’interesse, respingendo le accuse come “fake news”: “Investono in tutto il mondo, dove vogliono”, ha detto. Eppure, il fondo sovrano saudita ha investito 2 miliardi di dollari nel private equity fondato da Jared Kushner dopo la presidenza Trump. La Trump Organization, intanto, ha annunciato nuovi progetti immobiliari in Medio Oriente, tra cui uno da 1 miliardo di dollari a Jeddah e un resort alle Maldive.
Tra i temi affrontati anche la ricostruzione della Striscia di Gaza e il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Trump ha ribadito l’obiettivo di un accordo simile agli Accordi di Abramo. Bin Salman ha confermato la volontà di procedere “il prima possibile”, ma ha chiarito che ogni passo sarà subordinato all’avvio di un percorso credibile verso la creazione di uno Stato palestinese.
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