di Corinna Pindaro
La missione di Crosetto negli Stati Uniti salta tra veti politici, dubbi su Purl e tensioni nella maggioranza. Salvini ostacola l’adesione italiana al programma Nato per l’Ucraina, mentre Meloni prende tempo e gli USA sollecitano un chiarimento
La mancata partenza del ministro della Difesa Guido Crosetto per Washington, anticipata da Repubblica, non è il frutto soltanto di valutazioni interne sulla fornitura di armi statunitensi. A pesare, infatti, è stata anche una presa di posizione di Matteo Salvini, determinato a ostacolare l’adesione dell’Italia al meccanismo Purl, lo strumento Nato che permette l’acquisto congiunto di sistemi di difesa per Kiev.
Il leader della Lega ha scelto di rendere pubblica la sua contrarietà, trasformandola di fatto in una bandiera politica. Da Napoli ha ribadito che i fondi destinati all’Ucraina rischierebbero di finire “nelle mani della corruzione”, richiamando presunti scandali nel governo di Kiev e dichiarando di temere che “il denaro dei lavoratori e dei pensionati italiani possa alimentare nuove irregolarità”. Una linea che Crosetto ha respinto immediatamente, ricordando che “non si giudica un Paese sulla base di due figure corrotte”.
Una frattura nella maggioranza
Le parole di Salvini risuonano in netta contraddizione con la posizione ufficiale del governo, che continua a sostenere la necessità di aiutare l’Ucraina anche sul piano militare. Le sue dichiarazioni irritano gli Stati Uniti, che attraverso il Dipartimento di Stato hanno sollecitato l’Italia a dare il via libera al programma Purl, e deludono Kiev, che nelle ultime settimane ha ribadito informalmente a Palazzo Chigi l’urgenza di ottenere sistemi Patriot e Himars per difendersi dagli attacchi missilistici.
Nonostante ciò, Salvini insiste su una linea diplomatica che guarda al cessate il fuoco immediato, invocando la mediazione indicata dal Papa e da Donald Trump. A suo giudizio inviare nuove armi “non porterà alla riconquista dei territori perduti” e rischia soltanto di prolungare il conflitto.
La strategia della Lega e la prudenza di Palazzo Chigi
La mossa del segretario leghista non appare affatto casuale. Salvini rivendica apertamente di aver contribuito a bloccare la missione di Crosetto negli Stati Uniti, anche a costo di generare tensioni con gli alleati euroatlantici. Una posizione che trova sponda nel ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che continua a mettere in guardia dal rischio di impegnare ulteriori risorse per la difesa proprio mentre si prepara una legge di bilancio improntata all’austerità.
In realtà, l’adesione prevista avrebbe comportato un impegno di circa 140 milioni di euro, una cifra ritenuta sostenibile dai tecnici. A frenare realmente da Palazzo Chigi sembrano essere le valutazioni politiche della premier Meloni, consapevole che nuovi investimenti militari potrebbero incrinare i consensi in una parte dell’opinione pubblica e complicare l’approvazione della manovra in Parlamento, dove la Lega potrebbe assumere una posizione ostruzionistica. Per questo la presidente del Consiglio mantiene una linea attendista, limitandosi a dichiarare che “si sta riflettendo” e che la decisione arriverà più avanti.
Il tentativo di mediazione di Tajani e il nuovo pacchetto di aiuti
Le tensioni non si placano nemmeno dopo l’intervento del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che prova a rassicurare gli alleati annunciando un nuovo decreto interministeriale per inviare materiali militari all’Ucraina. Si tratta di una misura bilaterale, distinta dal programma Purl e priva dei sofisticati sistemi americani richiesti da Zelensky. Tajani ribadisce che l’Italia continuerà a sostenere Kiev, ricordando che il Paese è ancora sotto attacco, come dimostrano i raid con missili e droni delle ultime ore.
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