di Redazione
di Angelo Argento
Viviamo sospesi tra due visioni della democrazia occidentale, due modelli estremi: quello proposto da Mahmood Mamdani, che chiede di capire la storia per cambiare la politica, e quello di Donald Trump, che semplifica la politica fino a cancellare la storia.
Due estremi dello stesso Occidente in crisi: da una parte la complessità che rischia di restare incomunicabile, dall’altra la semplificazione che diventa manipolazione.
Mamdani rappresenta il pensiero che resiste, che scava sotto le ferite coloniali e politiche per capire come nascono le identità, i confini, le paure.
Trump è la reazione, la semplificazione brutale di quella stessa crisi: l’Occidente che smette di pensare e inizia a gridare.
È la forma più riconoscibile di una democrazia stanca di se stessa, che cerca nel leader la scorciatoia alla complessità.
Eppure, dietro la contrapposizione tra Mamdani e Trump si nasconde la stessa domanda: cosa resta della democrazia liberale quando smette di essere credibile?
Trump è stato la conseguenza — non la causa — di un modello occidentale che aveva esaurito il suo senso.
Il modello “clintoniano” della mediazione, del compromesso, della globalizzazione presentata come progresso inevitabile.
Quel modello, ieri, è stato simbolicamente sconfitto: Mamdani ha battuto Cuomo, erede diretto di quell’establishment, e con lui ha battuto anche l’idea che la politica possa ancora salvarsi semplicemente restando al centro.
Non è un ritorno alla sinistra ideologica, ma un tentativo di rifondare il linguaggio del potere partendo dalla giustizia, non dal consenso.
Nel frattempo, però, la cultura dov’è?
Spesso rimane spettatrice. Commenta, analizza, ma raramente rischia.
Si è rifugiata nei festival, nei musei, nei talk che rassicurano più di quanto disturbino.
Ha smesso di essere coscienza civile e si è trasformata in vetrina.
È diventata decorazione del potere invece che critica del potere.
Ma la cultura non nasce per pacificare: nasce per illuminare i conflitti, per rendere pensabili le differenze, per costruire parole dove altri alzano muri.
Nel mondo di Mamdani, la cultura è strumento di emancipazione: serve a capire da dove viene la violenza, non a giustificarla.
In quello di Trump, la cultura è nemica: un’elite da disprezzare perché costringe a pensare.
Ecco allora il bivio: o la cultura accetta di essere irrilevante, oppure torna a essere il luogo del pensiero lungo, quello che resiste all’istantaneità della rete e alla polarizzazione dei sentimenti.
Il compito è chiaro: ricucire il senso.
Rimettere al centro la responsabilità, l’ascolto, la complessità.
La cultura deve tornare a essere il campo dove le parole non servono a vincere, ma a capire.
A tenere insieme ciò che la politica divide.
A ridare dignità al dubbio, che è la forma più alta della libertà.
Tra Mamdani e Trump si gioca oggi la partita della democrazia occidentale.
Ma tra loro due — nel mezzo, nel silenzio, nell’intervallo che separa il pensiero dall’urlo — sopravvive ancora la cultura.
Se avrà il coraggio di non schierarsi, di non farsi strumento, ma coscienza, potrà forse ricominciare a fare il suo mestiere:
non rappresentare il mondo, ma cambiarlo con le idee.
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