di Corinna Pindaro
Il generale libico Osama Almasri, accusato di torture e omicidio, è stato arrestato a Tripoli. La Libia collabora con la Corte penale internazionale, mentre in Italia monta la polemica politica
È stato catturato a Tripoli Osama Njeem Almasri, figura di spicco della Forza Rada e già noto per le accuse di torture e omicidi ai danni di detenuti. La notizia, confermata a Repubblica da fonti italiane, arriva dopo mesi di tensioni diplomatiche e giudiziarie. L’arresto rientra nel nuovo corso di cooperazione tra il governo libico e la Corte penale internazionale (CPI), che da tempo aveva emesso un mandato nei confronti del generale.
Secondo quanto riportato da Libya24 su X, la Procura generale di Tripoli ha disposto la detenzione di Almasri e il suo rinvio a giudizio, con accuse gravissime: tortura di detenuti e morte di uno di loro durante la detenzione.
Il precedente italiano e le polemiche di gennaio
Il nome di Almasri era già finito al centro di un caso internazionale lo scorso 18 gennaio, quando fu arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale. In quella circostanza, tuttavia, le autorità italiane non diedero seguito alla richiesta di consegna e l’uomo venne rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato. La decisione del governo Meloni sollevò forti critiche e un acceso dibattito politico, che oggi torna d’attualità alla luce del nuovo arresto.
Fonti dell’esecutivo spiegano che già dal 20 gennaio 2025 l’Italia era al corrente dell’esistenza di un mandato di cattura emesso anche dalla Procura generale libica. Tale circostanza, sostengono, avrebbe motivato la mancata consegna dell’uomo alla CPI e il suo immediato rientro a Tripoli.
La fragilità della Forza Rada e il contesto politico libico
La cattura di Almasri è avvenuta in un contesto politico profondamente mutato. Dopo gli scontri armati esplosi a Tripoli nel maggio 2025, seguiti all’uccisione del comandante Abdelghani Gnewa Al Kikli, la Forza Rada — la potente milizia di cui Almasri era esponente — ha perso gran parte della propria influenza militare e politica. Il ridimensionamento del gruppo ha aperto la strada a un rafforzamento del controllo governativo, rendendo finalmente possibile l’arresto del generale.
Le reazioni della politica italiana
La notizia del fermo ha scatenato una valanga di reazioni nel panorama politico italiano. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha accusato il governo di aver “liberato e riaccompagnato in patria un torturatore”, parlando di una “vergogna internazionale” per l’Italia. Sulla stessa linea, Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle ha parlato di “umiliazione per il governo Meloni”, mentre Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra ha ricordato come “ciò che l’Italia ha impedito a gennaio, ora accade in Libia”.
Dure anche le parole di Angelo Bonelli, che ha parlato di “protezione politica offerta a un criminale di guerra”, e di Matteo Renzi, secondo cui “Meloni e Nordio hanno scritto una pagina indelebile di disonore istituzionale”. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha chiesto le dimissioni del ministro della Giustizia: “Non può restare in carica dopo questo scandalo”.
Le voci delle vittime e degli attivisti
L’arresto di Almasri è stato accolto con sollievo, ma anche amarezza, da chi ha vissuto sulla propria pelle le violenze dei centri di detenzione libici. “È paradossale che uno Stato come la Libia faccia rispettare la legge mentre l’Italia lo ha liberato”, commentano alcuni rifugiati e attivisti legati al centro Baobab Experience, da anni impegnato nel denunciare gli abusi nei lager libici.
L’avvocato Francesco Romeo, legale di una delle vittime, ha definito “sconcertante” la condotta del governo italiano, mentre Angela Bitonti, difensore di un’altra sopravvissuta, ha annunciato l’intenzione di chiedere un risarcimento allo Stato italiano: “Da cittadina, mi vergogno del comportamento delle nostre istituzioni”.
Un simbolo di contraddizioni internazionali
Il caso Almasri si configura come un emblema delle contraddizioni che attraversano i rapporti tra Italia, Libia e giustizia internazionale. Mentre Tripoli mostra un inatteso attivismo nel perseguire i crimini di guerra, Roma si ritrova a giustificare decisioni che oggi appaiono in netta controtendenza con i principi del diritto internazionale.
Il destino giudiziario del generale resta incerto, ma la vicenda ha già lasciato un segno profondo: quello di un cortocircuito politico e morale che coinvolge due Paesi e mette in discussione la credibilità delle istituzioni democratiche.
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