di Carlo Longo

Il presidente americano spinge per accordi su migrazioni e terre rare in cambio di sostegno politico ed economico. L’Argentina di Milei diventa il laboratorio del nuovo interventismo di Washington

Dietro la vittoria di Javier Milei alle elezioni di metà mandato in Argentina si muove l’ombra di Donald Trump, oggi più che mai intenzionato a riaffermare la presenza statunitense in America Latina. Se per Milei il voto di domenica era un test politico cruciale, per il presidente americano è stato un messaggio geopolitico: l’amicizia con Washington — o meglio con l’attuale inquilino della Casa Bianca — può essere politicamente ed economicamente vantaggiosa.

Solo un mese fa, il presidente argentino era in difficoltà. Le accuse di corruzione contro la sorella e consigliera Karina Milei, la mancanza di dollari e il crollo del peso avevano fatto precipitare la sua popolarità. I mercati, inizialmente entusiasti della “motosega” con cui Milei prometteva tagli radicali alla spesa pubblica, avevano cominciato a dubitare della sostenibilità del suo programma economico.

È stato allora che Trump ha deciso di intervenire, contro il parere di parte del suo entourage. Con una mossa inedita per Washington, ha autorizzato un pacchetto di aiuti da 40 miliardi di dollari, metà sotto forma di prestiti privati e metà provenienti direttamente dal Tesoro americano, per stabilizzare la valuta argentina. Una scommessa rischiosa, legata a un’unica condizione: la vittoria elettorale di Milei.

All’inizio, la strategia sembrava fallire: il peso continuava a perdere valore e due ministri chiave — Gerard Wertheinagli Esteri e Mariano Cúneo Libarona alla Giustizia — si erano dimessi. Ma alla fine la mossa di Trump ha pagato. Gli argentini hanno colto il segnale e il partito presidenziale, La Libertad Avanza, ha conquistato oltre il 40% dei voti, un risultato definito dallo stesso Trump «una vittoria schiacciante».

«Milei sta facendo un lavoro straordinario. La fiducia in lui è stata confermata dal popolo argentino», ha commentato il presidente americano, rivendicando il successo come una conferma della sua politica estera pragmatica e diretta.

Le nuove ambizioni americane nel Sud del mondo

La vicenda argentina è solo il primo tassello di una strategia più ampia. Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti guardano con rinnovato interesse all’America Latina, cercando di contenere l’influenza cinese e di riaffermare la propria supremazia economica e politica nella regione.

Le richieste di Trump ai governi latinoamericani sono chiare: collaborazione nel controllo dei flussi migratori, disponibilità ad accogliere espulsi dagli Stati Uniti e apertura agli investimenti americani nelle risorse naturali, in particolare nelle terre rare e nei minerali strategici. In cambio, Washington offre sostegno finanziario, protezione politica e visibilità internazionale.

L’Argentina di Milei è il modello di questo nuovo equilibrio: un governo disposto a garantire accesso alle proprie risorse minerarie in cambio di liquidità e appoggio diplomatico.

Per chi non si allinea, però, la Casa Bianca non esita a usare il “bastone”: sanzioni contro il presidente colombiano Gustavo Petro, dazi contro il Brasile di Lula da Silva e minacce economiche contro i governi considerati “ostili”.

Milei, una vittoria che non basta

Nonostante il successo elettorale, Milei non ha ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento. Per approvare le sue riforme dovrà trattare con i conservatori tradizionali e con i governatori provinciali, che chiedono di moderare l’austerità e rilanciare la crescita economica, in linea con le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale.

Dalle sue prime dichiarazioni, però, il presidente argentino non sembra intenzionato a cambiare rotta. Forte del sostegno americano, appare deciso a proseguire lungo la via del liberismo radicale, anche a costo di approfondire le disuguaglianze sociali.

Il nuovo asse Buenos Aires–Washington, tuttavia, segna una svolta nella politica statunitense verso il continente: un ritorno all’interventismo, ma senza più la retorica della “difesa del mondo libero”. Al suo posto, la logica dello scambio diretto — potere, risorse, controllo — che potrebbe ridisegnare gli equilibri geopolitici dell’intera America Latina.

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