di Velia Iacovino
“Nuremberg” uscirà in Italia il 18 dicembre. Göring, il più potente dei gerarchi nazisti è interpretato da Russell Crowe, e M. Kelley, il giovane psichiatra dell’esercito americano da Rami Malek. Una potente riflessione sulla fragilità della democrazia
Ottant’anni dopo il processo che cambiò per sempre il concetto di giustizia internazionale, il cinema torna a Norimberga. Il regista e sceneggiatore James Vanderbilt, noto per Zodiac e The Amazing Spider-Man, porta sullo schermo Nuremberg, un dramma psicologico e storico che mette al centro il confronto tra due uomini: Hermann Göring, il più potente dei gerarchi nazisti sopravvissuti alla guerra, interpretato da Russell Crowe, e Douglas M. Kelley, il giovane psichiatra dell’esercito americano interpretato da Rami Malek. Come racconta la Bbc, Vanderbilt si ispira a un episodio poco conosciuto delle vicende di Norimberga, descritto nel libro The Nazi and the Psychiatrist del giornalista Jack El-Hai. Il volume narra la relazione complessa e ambigua tra Göring e Kelley, incaricato di valutarne la stabilità mentale prima del processo.
Un processo come dramma universale
I processi di Norimberga, iniziati nel novembre del 1945, rappresentarono un punto di svolta storico e morale. Per la prima volta i leader di un regime sconfitto venivano giudicati da un tribunale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Nonostante alcuni membri delle forze alleate avessero preferito un’esecuzione immediata dei gerarchi, prevalse l’idea di un processo pubblico. “Fu una scelta di civiltà – una risposta al terrore attraverso la legge, non la vendetta”, ha spiegato la Bbc nel suo approfondimento dedicato al film. In Nuremberg, Vanderbilt trasforma l’aula del tribunale in una scena di scontro morale. Göring appare come un uomo colto e manipolatore, capace di ribaltare la dinamica dell’interrogatorio, fino a umiliare il procuratore americano Robert H. Jackson (interpretato da Michael Shannon) con il suo cinismo e la sua oratoria.
Il medico e il carnefice
Prima del processo, Kelley trascorre settimane a interrogare Göring nella prigione militare di Bad Mondorf, in Lussemburgo. Lo psichiatra scoprì subito la dipendenza di Göring dalla paracodina, un potente analgesico, e lo aiutò a disintossicarsi. Fra i due nacque una sorta di legame intellettuale: “Non erano amici”, ha spiegato l’autore Jack El-Hai alla BBC, “ma Kelley riconobbe in Göring tratti della propria personalità: carisma, ambizione, vanità e un’intelligenza tagliente”. Lo psichiatra cercava una spiegazione clinica all’orrore: un disturbo, una follia collettiva che giustificasse la crudeltà dei nazisti. Ma la sua conclusione fu più disarmante: non esisteva alcuna patologia comune. Erano uomini normali, opportunisti, sedotti dal potere e incapaci di opporsi al proprio ego.
Le immagini dell’orrore
La seconda metà del film riprende fedelmente le udienze del tribunale, basandosi sui verbali originali. Uno dei momenti più sconvolgenti arrivò quando vennero proiettate in aula le pellicole girate nei campi di concentramento liberati dagli Alleati. Il generale Eisenhower aveva voluto quelle immagini come prova inconfutabile dei crimini del regime. “Quelle sequenze mostrarono per la prima volta al mondo l’enormità dell’Olocausto”, ha spiegato alla BBC lo storico Thomas Schwartz dell’Università Vanderbilt.
Un finale specchio del presente
Condannato a morte, Göring si tolse la vita nella sua cella ingerendo cianuro la notte prima dell’esecuzione. Nel film, Vanderbilt lascia aperto il mistero su come sia riuscito a procurarsi la capsula. La Bbc ricorda che, secondo una confessione del 2005, una guardia americana avrebbe inconsapevolmente consegnato il veleno su richiesta di una donna tedesca, ma il prigioniero lasciò una nota assumendosi tutta la responsabilità. “Nuremberg* si chiude con le parole di un giovane traduttore ebreo, Howard Triest (interpretato da Leo Woodall), sopravvissuto all’esilio e con parenti morti ad Auschwitz. Prima di congedarsi dallo psichiatra, gli dice: “Sa perché è successo tutto questo? Perché la gente lo ha permesso.” Una frase che iassume il vero cuore del film: la riflessione sulla complicità collettiva, sull’indifferenza e sulla fragilità della democrazia.
Il peso del passato
Dopo il processo, Douglas Kelley scrisse un libro, 22 Cells in Nuremberg, e continuò a studiare il legame tra autoritarismo e psicologia. Ma la sua vita privata precipitò. Deluso dai suoi insuccessi accademici e tormentato dalla depressione, morì nel 1958 ingerendo cianuro — lo stesso veleno di Göring. Per Vanderbilt, il film è un atto di memoria e di allerta: “Questa storia non deve essere dimenticata. Per molti giovani oggi, quei crimini sembrano lontani, quasi irreali. Ma il fascismo nasce sempre dalla stessa indifferenza”, ha detto il regista alla BBC.
Nuremberg uscirà negli Stati Uniti il 7 novembre 2025, nel Regno Unito il 14 novembre e in Italia il 18 dicembre.
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