di Corinna Pindaro
Nuovi sviluppi sull’omicidio di Piersanti Mattarella. Arrestato l’ex prefetto Filippo Piritore: avrebbe ostacolato le indagini sul guanto dei killer
A quarantacinque anni dall’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio 1980, le indagini conoscono una svolta decisiva.
La Procura di Palermo ha infatti disposto gli arresti domiciliari per Filippo Piritore, 75 anni, ex funzionario della squadra mobile poi divenuto prefetto. L’accusa è gravissima: depistaggio nelle indagini sull’omicidio che sconvolse la Sicilia e l’Italia intera.
Secondo i magistrati coordinati dal procuratore Maurizio De Lucia e dai sostituti Antonio Carchietti e Francesca Dessì, Piritore avrebbe “impedito, ostacolato e sviato” le indagini, fornendo dichiarazioni false e omettendo informazioni cruciali.
Il guanto scomparso e l’ombra del depistaggio
Il fulcro dell’inchiesta ruota attorno al guanto dimenticato nell’auto della fuga dai killer, un reperto ritenuto decisivo per identificare gli assassini di Mattarella.
Piritore aveva dichiarato di averlo consegnato a un poliziotto della Scientifica, un certo Di Natale, per farlo arrivare all’allora sostituto procuratore Piero Grasso. Ma né Di Natale né Grasso hanno mai ricevuto quel guanto — e il primo, all’epoca, risultava addirittura in malattia.
Quando gli inquirenti lo hanno nuovamente interrogato, l’ex prefetto ha cambiato versione, sostenendo di averlo consegnato a un altro agente della Scientifica, un certo Lauricella, su indicazione di Grasso. Ma gli accertamenti della Procura hanno smentito anche questa versione: nessun Lauricella ha mai lavorato nel Gabinetto di Polizia Scientifica di Palermo.
I magistrati, nel provvedimento, sottolineano come Piritore abbia “tradito il giuramento di fedeltà allo Stato”, contribuendo alla dispersione di un reperto chiave e continuando ancora oggi a “perseguire un progetto illecito di depistaggio”.
Le intercettazioni: “Se hanno nascosto le prove, lo hanno fatto negli anni Novanta”
Le prove contro l’ex prefetto si fondano anche su una serie di intercettazioni disposte dalla Procura di Palermo nel 2024.
Dalle conversazioni emerge la preoccupazione di Piritore per le convocazioni ricevute dagli inquirenti: “È da quando ci hanno chiamato a Palermo che sto male”, confidava alla moglie.
In un’altra intercettazione, più inquietante, affermava: “Se sono state occultate, le prove lo sono state negli anni Novanta, quando si è scoperto il Dna”.
Nel dialogo, la moglie lo rimproverava: “Dopo quarant’anni che cosa vuoi che facciano?”, cercando di minimizzare le sue paure. Ma Piritore appariva angosciato e consapevole della portata delle indagini in corso.
L’ombra di Bruno Contrada e i legami nei palazzi del potere
Nel ricostruire lo scenario dell’epoca, la Procura di Palermo colloca Piritore nel contesto della squadra mobile di Palermo guidata da Bruno Contrada, il superpoliziotto poi diventato dirigente dei servizi segreti.
Contrada è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, una sentenza dichiarata inefficace dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma che — sottolineano i magistrati — “non ha modificato l’accertamento storico dei fatti”.
Secondo gli inquirenti, Piritore e Contrada avevano rapporti personali che andavano oltre il lavoro: in un’agenda del 1980, Contrada annotò “Ore 18, dr. Piritore Battesimo”. Partecipò infatti al battesimo della figlia del funzionario, che pochi mesi dopo ottenne una promozione per merito straordinario.
Le nuove accuse della Procura
Per i magistrati palermitani, Piritore non solo avrebbe contribuito alla dispersione di un reperto fondamentale, ma avrebbe anche continuato a ostacolare le indagini per oltre quarant’anni.
L’ex prefetto, sostengono, “è portatore di interessi contrari all’accertamento della verità”, legati a un “contesto oscuro e tuttora attivo negli ambienti delle forze di polizia”.
Un passaggio inquietante, che lascia intendere come il depistaggio sull’omicidio Mattarella non appartenga solo al passato, ma possa avere ancora ramificazioni nel presente.
La caccia al killer dagli “occhi di ghiaccio”
Parallelamente, la Procura di Palermo continua a indagare sul sicario che sparò a Piersanti Mattarella davanti alla moglie e ai figli, nel giorno dell’Epifania del 1980.
Rimane senza nome il giovane descritto come “dagli occhi di ghiaccio e l’andatura ballonzolante”, che dopo aver sparato salì su una Fiat 127 guidata da un complice.
Su quella vettura fu trovata un’impronta digitale, dalla quale oggi gli inquirenti stanno cercando di estrarre il Dna per confrontarlo con quello di due boss mafiosi: Nino Madonia e Giuseppe Lucchese.
Ma l’indagine non si limita alla pista mafiosa. Si torna a esaminare anche l’ipotesi di un intreccio tra Cosa Nostra ed eversione nera, la stessa direzione che seguì Giovanni Falcone, quando indagò su Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, poi assolti.
La riapertura del caso Mattarella segna un punto di svolta nella storia giudiziaria italiana.
Dopo decenni di depistaggi, omertà e false piste, la Procura di Palermo tenta di riportare alla luce una verità negata per 45 anni, in un’inchiesta che unisce ancora una volta mafia, potere e deviazioni istituzionali.
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