di Ennio Bassi

La Casa Bianca richiama Netanyahu e ferma l’iniziativa della Knesset, mentre cresce la pressione diplomatica per garantire la stabilità postbellica

La posizione dell’amministrazione Trump sulla questione israelo-palestinese si fa più netta. Giovedì 23 ottobre il presidente statunitense ha chiarito pubblicamente che un’eventuale annessione della Cisgiordania da parte di Israele comprometterebbe in modo irreparabile i rapporti con Washington. “Se Netanyahu dovesse procedere, Israele perderebbe tutto il nostro sostegno,” ha dichiarato Trump, spiegando che l’impegno verso i Paesi arabi, stretto durante i colloqui sul cessate il fuoco a Gaza, non può essere tradito.

Il monito arriva dopo che la Knesset ha votato in via preliminare due proposte di legge per estendere la sovranità israeliana ai territori noti in Israele come Giudea e Samaria. Proposte che hanno subito provocato l’irritazione di Washington e una forte reazione del Dipartimento di Stato, che ha bollato l’iniziativa come una “minaccia diretta alla pace”, nelle parole del segretario Marco Rubio, in partenza per una delicata missione diplomatica in Medio Oriente.

Netanyahu fa marcia indietro sotto pressione americana

Il voto preliminare al parlamento israeliano ha suscitato scompiglio anche all’interno della maggioranza di governo. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha immediatamente preso le distanze, definendo l’iniziativa “una provocazione politica dell’opposizione”, orchestrata per creare divisioni durante la visita del vicepresidente americano J.D. Vance, che si è detto “profondamente sorpreso” e contrariato dalla tempistica del voto.

Secondo quanto riferito dall’ufficio del premier, né il Likud né i partiti religiosi al governo hanno sostenuto le proposte, con l’unica eccezione del deputato Yuli Edelstein, recentemente rimosso dalla guida di una commissione parlamentare. Netanyahu ha assicurato che senza il sostegno del suo partito, il percorso legislativo di queste proposte è destinato a interrompersi.

Il ruolo dei Paesi arabi e il delicato equilibrio diplomatico

L’annessione della Cisgiordania è un tema sensibile per molte capitali arabe, che hanno condannato con fermezza l’iniziativa parlamentare israeliana. Egitto, Qatar, Turchia e Arabia Saudita – coinvolti nei negoziati per il cessate il fuoco a Gaza – hanno espresso preoccupazione per una mossa che potrebbe far deragliare ogni prospettiva di normalizzazione regionale.

In particolare, l’Arabia Saudita è centrale nei piani di Trump per rilanciare gli Accordi di Abramo, una delle principali eredità diplomatiche del suo primo mandato. L’eventuale riconoscimento di Israele da parte di Riad è condizionato, tra l’altro, alla rinuncia a qualsiasi annessione e alla possibilità di uno Stato palestinese, condizione osteggiata da esponenti dell’estrema destra israeliana come Bezalel Smotrich. Il ministro, dopo dichiarazioni offensive nei confronti dei sauditi, è stato costretto a presentare le proprie scuse ufficiali.

Gaza e il futuro dell’area

Nel frattempo, mentre Trump ha annunciato che visiterà Gaza per guidare personalmente il Board of Peace previsto nel suo piano per il dopoguerra, si moltiplicano le iniziative diplomatiche sul terreno. Secondo la tv egiziana Al Qaera News, le delegazioni di Hamas e Fatah si sono incontrate al Cairo per discutere il futuro assetto politico palestinese. L’obiettivo è costruire un’intesa postbellica che preveda anche il disarmo totale di Hamas e la restituzione dei corpi degli ostaggi uccisi.

La supervisione del processo dovrebbe essere affidata a una futura Forza di Stabilizzazione Internazionale, ancora in fase di progettazione, ma che potrebbe essere autorizzata attraverso un mandato ONU, come indicato dal segretario di Stato Rubio.

Trump ha inoltre lasciato intendere che sta valutando la possibilità di chiedere la liberazione di Marwan Barghouti, esponente carismatico di Fatah detenuto da oltre vent’anni, visto da molti come una figura unificatrice per il futuro del popolo palestinese. Allo stesso tempo, non ha escluso un’uscita di scena di Abu Mazen, il cui ruolo appare sempre più marginale, pur definendolo “una persona ragionevole”.

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