di Carlo Longo
Il Parlamento israeliano approva in via preliminare l’estensione della sovranità sulla Cisgiordania. Netanyahu si oppone. Gli USA intensificano il pressing per il cessate il fuoco a Gaza

Un voto che scuote la politica israeliana e apre un nuovo fronte di tensione con Washington.
Il Parlamento israeliano ha approvato oggi, con 25 voti favorevoli e 24 contrari, una proposta di legge che prevede l’estensione della sovranità israeliana alla Cisgiordania, di fatto la sua annessione.
Il testo, presentato dal partito di estrema destra Noam, ha superato solo la lettura preliminare, ma il segnale politico è già fortissimo. Per entrare in vigore, la legge dovrà superare tre ulteriori votazioni, ma la spaccatura politica è evidente.
Il premier Benjamin Netanyahu, impegnato in un incontro con il vicepresidente statunitense JD Vance al momento del voto, si è detto «furibondo» per quella che ha definito una «fuga in avanti» della destra radicale. Il Likud, partito del premier, aveva infatti chiesto ai suoi deputati di disertare la seduta, definendo il voto «una provocazione dannosa» che rischia di compromettere i rapporti con gli Stati Uniti.
Il disegno di legge non menziona il piano di pace elaborato da Donald Trump, che in 20 punti delinea il cessate il fuoco a Gaza ma non affronta la questione delle colonie in Cisgiordania, tema su cui l’ex presidente americano ha sempre mantenuto grande ambiguità.
Washington intensifica la pressione su Israele per rispettare il cessate il fuoco
Nel frattempo, la Casa Bianca continua a esercitare una forte pressione diplomatica su Israele affinché rispetti la tregua a Gaza e consenta l’avvio della fase due del piano di pace.
Dopo la recente visita di Donald Trump, nelle ultime 48 ore sono tornati nel Paese Steve Witkoff e Jared Kushner, considerati gli architetti dell’accordo raggiunto con Hamas grazie anche alla mediazione di Egitto e Qatar.
A loro si è aggiunto, per la prima volta, anche JD Vance, accolto con tutti gli onori ma ritenuto uno dei membri più rigidi dell’attuale amministrazione. E non sarà l’unico: da domani è atteso anche il segretario di Stato Marco Rubio.
Secondo il Jerusalem Post, Vance incontrerà non solo Netanyahu e i ministri del governo, ma anche il capo di stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, un evento «estremamente raro» persino per una visita presidenziale. È prevista anche una visita alla Kirya, il quartier generale dell’esercito israeliano, dove verranno mostrate riprese aeree e immagini dai droni sulla situazione attuale nella Striscia di Gaza.
Netanyahu replica: “Israele non è un protettorato americano”
Il crescente coinvolgimento degli Stati Uniti ha alimentato il dibattito interno in Israele.
Sui media locali è diventato virale il termine “Bibisitting”, coniato dal giornalista Anshel Pfeffer per descrivere la presunta “tutela” che l’amministrazione Trump eserciterebbe su Netanyahu, nel tentativo di impedire nuove operazioni militari a Gaza e frenare l’estrema destra israeliana intenzionata ad accelerare l’annessione della Cisgiordania.
Il premier, durante una conferenza stampa congiunta con Vance, ha respinto con fermezza queste accuse:
«Israele non è un protettorato americano. È una sciocchezza. A decidere sulla nostra sicurezza siamo solo noi».
Anche Vance ha ribadito che Israele resta un alleato e non uno Stato vassallo, pur sottolineando che l’obiettivo immediato resta quello di consolidare il cessate il fuoco e avviare la ricostruzione di Gaza.
Il vicepresidente ha inoltre ricordato la necessità di neutralizzare la minaccia di Hamas, precisando che gli Stati Uniti continueranno a lavorare «con gli alleati arabi» disposti a contribuire a una stabilità duratura nella regione.
Equilibrio fragile tra Washington e Tel Aviv
Il voto preliminare sull’annessione della Cisgiordania rischia di riaccendere le tensioni tra Israele e il suo principale alleato.
Mentre la destra israeliana preme per consolidare la sovranità sui territori occupati, Netanyahu si trova stretto tra due forze contrapposte: la pressione interna dei partiti nazionalisti e quella internazionale di Washington, che chiede moderazione e rispetto degli impegni assunti.
Il futuro politico e diplomatico di Israele sembra dunque dipendere dal difficile equilibrio tra orgoglio nazionale e necessità di cooperazione strategica con gli Stati Uniti, in un contesto regionale che resta estremamente instabile.
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